L’abbraccio del mondo: tre poesie di Abdellatif Laâbi

Introduzione e traduzioni dal francese a cura di Raphael Louvet.

“Nato presumibilmente nel 1942 a Fes. Le viuzze e i cimiteri. L’eredità, un bel fiasco. O meglio, un imbastardimento. Il paese pietrificato, tanto vale specializzarsi nell’ibernazione dei licheni. Ma ci sono le ascelle fulve, i tatuaggi, l’ignoranza che fa esplodere parole muscolose”.

Così descrive se stesso il poeta e traduttore marocchino Abdellatif Laâbi, in occasione della pubblicazione del primo numero della rivista Souffles, nel 1966. Nel giro di qualche numero, questa rivista collettiva dove compaiono voci tra le più importanti del nuovo spazio letterario marocchino (Mohammed Khaïr-Eddine, Mostafa Nissaboury) fa saltare in aria i codici letterari e morali del Marocco conservatore di re Hassan II. Interrogandosi su questioni come l’uso del francese e lo statuto dello scrittore colonizzato, questi scrittori criticano l’immobilismo della cultura nazionale e le nuove narrazioni nazionaliste del giovane Marocco decolonizzato, che paralizzano l’espressione letteraria. La rivista presto si apre a posizioni terzomondiste, accogliendo intellettuali e scrittori. La reazione, però, non si fa attendere: nel 1971, Abdellatif Laabi viene torturato e incarcerato. Quando esce di prigione, otto anni più tardi, si esilia in Francia e si stabilisce a Créteil, nella banlieue parigina, dove attualmente vive con la moglie Jocelyne Laâbi.

La sua è una poesia profondamente impegnata nelle lotte per l’emancipazione, in modo particolare contro l’oppressione del regime marocchino, e viene concepita come una risposta risoluta al “regno della barbarie”. Laâbi vi affronta la questione dell’esilio, ma anche quella del difficile ritorno al paese natale, qui presente nelle poesie tradotte da Le Spleen de Casablanca. Nonostante questo peso, la ricerca poetica di Abdellatif Laâbi è un percorso di umanità e la sua scrittura è sempre carica di speranza. La lingua viene concepita come uno spazio di resistenza e di ospitalità – un luogo dove riprendere fiato -, dove l’esiliato crea una patria sognata, un “sole fraterno” e una libertà inalienabile.  

Dopo le prime poesie sulla rivista Souffles, Abdellatif Laâbi ha pubblicato numerose raccolte, tra le quali vale la pena citare Sous le bâillon le poème (1981), scritta in prigione, L’Étreinte du monde (1993), Le Spleen de Casablanca (1996)  e Les fruits du corps (2003), un’esplorazione del desiderio e della sessualità. Si è speso molto anche nel ruolo di “mediatore” di poeti siriani e palestinesi, pubblicando per Les Éditions de Minuit due magnifiche traduzioni del grande poeta palestinese Mahmoud Darwich, Rien qu’une autre année (1983) et Plus rares sont les roses (1989). Più recentemente, ha pubblicato per la casa editrice Points una Anthologie de la poésie palestinienne d’aujourd’hui (2022), che ha il merito di far conoscere al pubblico francese le voci di una nuova generazione di poeti e poete.


da L’Étreinte du monde (1993)

En vain j’émigre

J’émigre en vain
Dans chaque ville je bois le même café
et me résigne au visage fermé du serveur
Les rires de mes voisins de table
taraudent la musique du soir
Une femme passe pour la dernière fois
En vain j’émigre
et m’assure de mon éloignement
Dans chaque ciel je retrouve un croissant de lune
et le silence têtu des étoiles
Je parle en dormant
un mélange de langues
et de cris d’animaux
La chambre où je me réveille
est celle où je suis né
J’émigre en vain
Le secret des oiseaux m’échappe
comme celui de cet aimant
qui affole à chaque étape
ma valise

Emigro invano

Emigro invano
In ogni città bevo lo stesso caffè
e mi rassegno al volto chiuso del cameriere
Le risate dei miei vicini di tavolo
inseguono la musica della sera
Una donna passa per l’ultima volta
Invano emigro
e mi assicuro di essere lontano
In ogni cielo ritrovo una falce di luna
e il silenzio testardo delle stelle
Parlo nel sonno
una miscela di lingue
e grida di animali
La stanza in cui mi sveglio
è quella dove sono nato
Emigro invano
Il segreto degli uccelli mi sfugge
come quello di questa calamita
che incalza ad ogni tappa
la mia valigia

La langue de ma mère

Je n’ai pas vu ma mère depuis vingt ans
Elle s’est laissée mourir de faim
On raconte qu’elle enlevait chaque matin
son foulard de tête
et frappait sept fois le sol
en maudissant le ciel et le Tyran
J’étais dans la caverne
là où le forçat lit dans les ombres
et peint sur les parois le bestiaire de l’avenir
Je n’ai pas vu ma mère depuis vingt ans
Elle m’a laissé un service à café chinois
dont les tasses se cassent une à une
sans que je les regrette tant elles sont laides
Mais je n’en aime que plus le café
Aujourd’hui, quand je suis seul
j’emprunte la voix de ma mère
ou plutôt c’est elle qui parle dans ma bouche
avec ses jurons, ses grossièretés et ses imprécations
le chapelet introuvable de ses diminutifs
toute l’espèce menacée de ses mots
Je n’ai pas vu ma mère depuis vingt ans
mais je suis le dernier homme
à parler encore sa langue

La lingua di mia madre

Non vedo mia madre da vent’anni
Si è lasciata morire di fame
Raccontano che si togliesse ogni mattina
il fazzoletto dalla testa
e colpisse sette volte a terra
maledicendo il cielo ed il Tiranno
Ero nella caverna
lì dove il galeotto legge nelle ombre
e dipinge sulle pareti il bestiario del futuro
Non vedo mia madre da vent’anni
Mi ha lasciato un servizio da caffè cinese
con le tazze che si rompono una a una
e sono così brutte che non le rimpiango
Ma il caffè, lo amo di più
Oggi, quando sono solo
prendo in prestito la voce di mia madre
o meglio, è lei che mi parla nella bocca
con le sue parolacce, le volgarità e le imprecazioni
l’introvabile rosario dei suoi diminutivi
tutta la specie minacciata delle sue parole
Non vedo mia madre da vent’anni
ma sono l’ultimo uomo
che parla ancora la sua lingua

da Le spleen de casablanca (1996)

Le spleen de Casablanca

Dans le bruit d’une ville sans âme
j’apprends le dur métier du retour
Dans ma poche crevée
je n’ai que ta main
pour réchauffer la mienne
tant l’été se confond avec l’hiver
Où s’en est allé, dis-moi
Le pays de notre jeunesse ?

*

Ô comme tous les pays se ressemblent
et se ressemblent les exils
Tes pas ne sont pas de ces pas
qui laissent des traces sur le sable
Tu passes sans passer

*

Visage après visage
meurent les ans
Je cherche dans les yeux une lueur
un bourgeon dans les paroles
Et j’ai peur, très peur
de perdre encore un vieil ami

*

Je me sentirai perdu
à tout âge

*

Je ne suis pas ce nomade
qui cherche le puits
que le sédentaire a creusé
Je bois peu d’eau
et marche
à l’écart de la caravane

*

Le siècle prend fin
dit-on
et cela me laisse indifférent
Quoique le suivant
ne me dise rien qui vaille

*

Dans la cité de ciment et de sel
ma grotte est de papier
J’ai une bonne provision de plumes
et de quoi faire du café
Mes idées n’ont pas d’ombre
pas plus d’odeur
Mon corps a disparu
Il n’y a plus que ma tête
dans cette grotte de papier

*

J’essaie de vivre
La tâche est ardue

Lo spleen di Casablanca

Nel rumore di una città senz’anima
imparo il difficile mestiere del ritorno
Nella tasca bucata
non ho che la tua mano
per riscaldare la mia
tanto l’estate si confonde con l’inverno
Dove se n’è andato, dimmi
Il paese della nostra gioventù ?

*

Oh come tutti i paesi si assomigliano
e si assomigliano gli esilii
I tuoi passi non sono quel tipo di passi
che lasciano tracce sulla sabbia
Passi senza passare

*

Viso dopo viso
Muoiono gli anni
Cerco negli occhi un barlume
un germoglio nelle parole
E ho paura, molta paura
di perdere ancora un vecchio amico

*

Mi sentirò perso
a qualsiasi età

*

Non sono quel nomade
in cerca del pozzo
che il sedentario ha scavato
Bevo poca acqua
e cammino
discosto dalla carovana

*

Il secolo sta per finire
dicono
e ciò mi lascia indifferente
Per quanto il prossimo
non mi dica nulla di buono

*

Nella città di cemento e di sale
la mia grotta è di carta
Ho una buona riserva di penne
e ciò che serve per fare il caffè
Le mie idee non hanno ombra
Nemmeno odore
Il mio corpo è scomparso
C’è solo la mia testa
in questa grotta di carta

*

Cerco di vivere
Il compito è arduo

“Noi siamo coloro che stiamo aspettando”: quattro poesie di June Jordan

Introduzione e traduzioni dall’inglese a cura di Lucrezia Bivona.

Nata a Harlem nel 1936 e cresciuta a Bedford-Stuyvesant, quartiere di Brooklyn, June Jordan è stata una voce essenziale della poesia americana del secondo Novecento. Autrice estremamente prolifica, si è cimentata nei generi più disparati, dalla poesia al romanzo, dal teatro alla letteratura per bambini, sempre portando avanti un impegno politico importante e resistente in tutti gli ambienti che si è trovata a frequentare, tra cui quello universitario e dell’istruzione. Ha sempre insegnato con la convinzione di educare al cambiamento sociale, lavorando a fianco di scrittrici dai simili intenti e presupposti come Adrienne Rich, Toni Cade Bambara e Audre Lorde, e credendo fermamente insieme a loro nel potere trasformativo della scrittura in versi

Cresciuta in una famiglia di origini giamaicane, il complesso rapporto con il padre e con le aspettative imposte dall’interno segna profondamente la sua vita e la sua scrittura. La sua è una poesia che trae dall’inglese colloquiale e vernacolare la propria forza comunicativa, per trattare argomenti come la famiglia, la sessualità, il corpo, l’autodeterminazione, l’oppressione razziale e politica. Il linguaggio di Jordan è lirico e personale, diretto e fortemente autobiografico. Una poesia scritta apertamente per le persone che la leggono.

Galleria di foto di June Jordan

da Some Changes (1971)

My sadness sits around me

My sadness sits around me
    not on haunches not in any
    placement near a move
and the tired roll-on
of a boredom without grief

If there were war
I would watch the hunting
I would chase the dogs
and blow the horn
because blood is commonplace

As I walk in peace  
    unencountered unmolested    
    unimpinging unbelieving unrevealing    
    undesired under every O
My sadness sits around me

Mi siede attorno la mia tristezza

Mi siede attorno la mia tristezza
    non sulle cosce non in nessuna
    posizione che implichi un movimento
e l’oscillare stanco
di una noia senza dolore

Se ci fosse una guerra
baderei alla caccia
inseguirei i cani
e suonerei il corno
perché il sangue è una cosa banale

Mentre cammino tranquilla
    senza incontri senza intralci
    senza lesioni senza credo senza epifanie
    indesiderata in qualsiasi Oh
Mi siede attorno la mia tristezza

da living room (1985)

Notes towards Home

My born on 99th Street uncle when he went to Canada
used to wash and polish the car long before coffee
every morning outside his room in the motel
“Because,” he said, “that way they thought I lived
around there; you ever hear of a perfectly clean car
traveling all the way from Brooklyn to Quebec?”

My mother left the barefoot roads of St. Mary’s
in Jamaica for the States where she wore
stockings even in a heat wave and repeatedly
advised me never to wear tacky underwear
“That way,” she said, “if you have an accident
when they take you to a hospital they’ll know you
come from a home.”

After singing God Bless America Kate Smith
bellowed the willies out of Bless This House O
Lord We Pray/Make It Safe By Night and Day
but my cousin meant Lord keep June
and her Boris Karloff imitations out of the hall
and my mother meant Lord keep my husband out
of my way and I remember I used to mean Lord
just pretty please get me out of here!

But everybody needs a home
so at least you have someplace to leave
which is where most other folks will say
you must be coming from

Appunti su casa mia

Mio zio nato sulla novantanovesima quando andava in Canada
lavava e lucidava la macchina molto prima di prendere il caffè
ogni mattina fuori dalla sua stanza del motel
“Perché”, diceva, “così pensavano che vivessi
in zona; hai mai sentito di una macchina perfettamente pulita
dopo un viaggio da Brooklyn fino al Quebec?”

Mia madre aveva lasciato le strade scalze di St. Mary
in Giamaica per gli Stati Uniti dove portava
le calze anche durante le ondate di calore di continuo
mi ricordava di non portare mai biancheria intima kitsch
“Così”, diceva, “se fai un incidente
quando ti portano all’ospedale sapranno
che hai una casa.”

Dopo aver cantato Dio benedica l’America Kate Smith
ci faceva venire i brividi con Benedici Questa Casa
Signore Preghiamo/Rendila Sicura di Notte e di Giorno
ma mia cugina intendeva Signore tieni June
e le sue imitazioni di Boris Karloff lontano da qui
e mia madre intendeva Signore tieni mio marito lontano
da me e io ricordo che intendevo Signore
soltanto ti prego per favore fammi andare lontano da qui!

Ma a tutti serve una casa
così almeno hai un posto da lasciare
e la maggior parte della gente dirà
che è il posto da dove vieni

da Haruko/Love Poems (1994)

Poem about Heartbreak That Go On and On

bad love last like a big
ugly lizard crawl around the house
forever
never die
and never change itself

into a butterfly

Poesia sui cuori spezzati che non si riparano mai

l’amore cattivo dura quanto una grossa
brutta lucertola che striscia sotto la casa
per sempre
senza mai morire
e senza mai trasformarsi

in una farfalla

da passion (1980)

Poem About My Rights

Even tonight and I need to take a walk and clear
my head about this poem about why I can’t
go out without changing my clothes my shoes
my body posture my gender identity my age
my status as a woman alone in the evening/
alone on the streets/alone not being the point/
the point being that I can’t do what I want
to do with my own body because I am the wrong
sex the wrong age the wrong skin and
suppose it was not here in the city but down on the beach/
or far into the woods and I wanted to go
there by myself thinking about God/or thinking
about children or thinking about the world/all of it
disclosed by the stars and the silence:
I could not go and I could not think and I could not
stay there
alone
as I need to be
alone because I can’t do what I want to do with my own
body and
who in the hell set things up
like this
and in France they say if the guy penetrates
but does not ejaculate then he did not rape me
and if after stabbing him if after screams if
after begging the bastard and if even after smashing
a hammer to his head if even after that if he
and his buddies fuck me after that
then I consented and there was
no rape because finally you understand finally
they fucked me over because I was wrong I was
wrong again to be me being me where I was/wrong
to be who I am
which is exactly like South Africa
penetrating into Namibia penetrating into
Angola and does that mean I mean how do you know if
Pretoria ejaculates what will the evidence look like the
proof of the monster jackboot ejaculation on Blackland
and if
after Namibia and if after Angola and if after Zimbabwe
and if after all of my kinsmen and women resist even to
self-immolation of the villages and if after that
we lose nevertheless what will the big boys say will they
claim my consent:
Do You Follow Me: We are the wrong people of
the wrong skin on the wrong continent and what
in the hell is everybody being reasonable about
and according to the Times this week
back in 1966 the C.I.A. decided that they had this problem
and the problem was a man named Nkrumah so they
killed him and before that it was Patrice Lumumba
and before that it was my father on the campus
of my Ivy League school and my father afraid
to walk into the cafeteria because he said he
was wrong the wrong age the wrong skin the wrong
gender identity and he was paying my tuition and
before that
it was my father saying I was wrong saying that
I should have been a boy because he wanted one/a
boy and that I should have been lighter skinned and
that I should have had straighter hair and that
I should not be so boy crazy but instead I should
just be one/a boy and before that
it was my mother pleading plastic surgery for
my nose and braces for my teeth and telling me
to let the books loose to let them loose in other
words
I am very familiar with the problems of the C.I.A.
and the problems of South Africa and the problems
of Exxon Corporation and the problems of white
America in general and the problems of the teachers
and the preachers and the F.B.I. and the social
workers and my particular Mom and Dad/I am very
familiar with the problems because the problems
turn out to be
me
I am the history of rape
I am the history of the rejection of who I am
I am the history of the terrorized incarceration of
myself
I am the history of battery assault and limitless
armies against whatever I want to do with my mind
and my body and my soul and
whether it’s about walking out at night
or whether it’s about the love that I feel or
whether it’s about the sanctity of my vagina or
the sanctity of my national boundaries
or the sanctity of my leaders or the sanctity
of each and every desire
that I know from my personal and idiosyncratic
and indisputably single and singular heart
I have been raped
be-
cause I have been wrong the wrong sex the wrong age
the wrong skin the wrong nose the wrong hair the
wrong need the wrong dream the wrong geographic
the wrong sartorial I
I have been the meaning of rape
I have been the problem everyone seeks to
eliminate by forced
penetration with or without the evidence of slime and/
but let this be unmistakable this poem
is not consent I do not consent
to my mother to my father to the teachers to
the F.B.I. to South Africa to Bedford-Stuy
to Park Avenue to American Airlines to the hardon
idlers on the corners to the sneaky creeps in
cars
I am not wrong: Wrong is not my name
My name is my own my own my own
and I can’t tell you who the hell set things up like this
but I can tell you that from now on my resistance
my simple and daily and nightly self-determination
may very well cost you your life

Poesia sui miei diritti

Anche stanotte ho bisogno di fare una passeggiata per schiarirmi
le idee su questi versi sul perché non posso
uscire senza cambiare i vestiti le scarpe
la mia postura la mia identità di genere la mia età
il mio status in quanto donna sola di sera/
sola per strada/sola non è questo il punto/
il punto è che non posso fare ciò che voglio
fare con il mio stesso corpo perché sono del
sesso sbagliato dell’età sbagliata di pelle sbagliata e
metti che non fossi qui in città ma giù in spiaggia/
o nel folto della foresta e che volessi andarci
da sola mentre penso a Dio/o mentre penso
ai bambini o mentre penso al mondo/tutto questo
rivelato dalle stelle e dal silenzio:
non potrei andare e non potrei pensare e non potrei
stare lì
da sola
come avrei bisogno
da sola perché non posso fare quello che voglio con il mio
corpo e
chi cazzo ha deciso che doveva essere
così
e in Francia dicono che se l’uomo penetra
ma non eiacula allora non mi ha stuprata
e se dopo averlo colpito se dopo le grida se
dopo aver implorato il bastardo e se perfino dopo avergli spaccato
un martello in testa se anche dopo tutto questo se lui
e i suoi amici mi scopano dopo tutto questo
allora ero consenziente e non c’è stato
nessuno stupro perché alla fine capisci alla fine
mi hanno scopata perché avevo torto avevo
torto di nuovo a essere me essendo me lì dove avevo/torto
nell’essere chi sono
che è esattamente come il Sudafrica
che penetra in Namibia penetrando in
Angola e questo significa voglio dire come fai a dire se
Pretoria eiacula come lo dimostri qual è la
prova che il mostro totalitarista ha eiaculato sulla Blackland
e se
dopo la Namibia e se dopo l’Angola e se dopo lo Zimbabwe
e se dopo tutti i miei consanguinei e le donne resistono perfino
all’autosacrificio dei villaggi e se dopo questo
comunque perdiamo cosa diranno i bestioni rivendicheranno o no
il mio consenso
Mi Segui: Noi siamo il popolo sbagliato dalla
pelle sbagliata sul continente sbagliato e cosa cazzo
fanno i ragionevoli tutti quanti
e secondo il Times questa settimana
già nel 1966 la C.I.A. aveva deciso che avevano questo problema
e il problema era un uomo di nome Nkrumah e quindi
lo uccisero e prima di lui era Patrice Lumumba
e prima ancora era mio padre nel campus
della mia università dell’Ivy League e mio padre con la paura
di entrare nella caffetteria perché diceva di essere
sbagliato l’età sbagliata la pelle sbagliata l’identità
di genere sbagliata e mi pagava la retta e
prima di questo
era mio padre a dire che sbagliavo a dire che
sarei dovuta essere un maschio perché lui lo desiderava/un
maschio e che sarei dovuta essere di pelle più chiara e
che avrei dovuto avere capelli più lisci e che
non sarei dovuta andare dietro ai maschi ma piuttosto sarei
dovuta essere uno di loro/un maschio e prima di questo
era mia madre a suggerire la chirurgia plastica per
il mio naso e l’apparecchio per i miei denti e a dirmi
di lasciar perdere un po’ i libri di lasciarli perdere in altre
parole
conosco molto bene i problemi della C.I.A.
e i problemi del Sudafrica e i problemi
della Exxon Corporation e i problemi dell’America
bianca in generale e i problemi degli insegnanti
e dei sacerdoti e dell’F.B.I. e degli assistenti
sociali e dei miei specifici Mamma e Papà/conosco molto
bene i problemi perché i problemi
si rivelano essere
me
io sono la storia dello stupro
io sono la storia del rifiuto di chi sono
io sono la storia dell’incarcerazione terrorizzata di
me stessa
io sono la storia di percosse e violenza e eserciti
senza confini contro tutto ciò che voglio fare con la mia mente
e il mio corpo e la mia anima e
che sia passeggiare per la strada di notte
o l’amore che provo o
la santità della mia vagina o
la santità dei miei confini nazionali
o la santità dei miei leader o la santità
di ogni singolo desiderio
che viene dal mio intimo e idiosincratico
e indiscutibilmente unico e singolare cuore
sono stata stuprata
per-
ché ero sbagliata il sesso sbagliato l’età sbagliata
la pelle sbagliata il naso sbagliato i capelli sbagliati il
bisogno sbagliato il sogno sbagliato la geografia sbagliata
lo stile sbagliato io
io sono stata il significato dello stupro
io sono stata il problema che tutti cercano di
eliminare tramite penetrazione
forzata con o senza la prova dello sperma e/
ma che sia ben chiaro questa poesia
non è consenso io non acconsento
a mia madre a mio padre agli insegnanti al
F.B.I. al Sudafrica a Bedford-Stuy
a Park Avenue all’American Airlines ai fannulloni
arrapati agli angoli di strada ai pervertiti appostati nelle
loro macchine
Io non ho sbagliato: Sbagliata non è il mio nome
Il mio nome è mio soltanto mio mio
e non so dirti chi cazzo ha deciso che doveva essere così
ma posso dirti che d’ora in poi la mia resistenza
la mia semplice autodeterminazione ogni giorno e ogni notte
potrebbe benissimo costarti la vita

Copertina di Directed by Desire di June Jordan
Directed by Desire: The Collected Poems of June Jordan (Port Townsend, WA: Copper Canyon Press, 2005)

Lingue di fuoco e nuovi glossari: tre poesie di Seán Hewitt

Introduzione e traduzioni a cura di Andrea Bergantino, vincitore della prima Call for Translators per l’inglese.

Seán Hewitt, nato nel 1990, è critico letterario e insegna letteratura inglese e irlandese al Trinity College di Dublino. La sua prima raccolta integrale di poesie, Tongues of Fire, è stata pubblicata nel 2020 e ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Laurel Prize. La poesia di Seán Hewitt si sviluppa intorno a una costellazione di temi ricorrenti, diversi ma interconnessi attraverso i versi, tra cui il rapporto con le proprie origini, l’immersione nella natura, ricordi ed esperienze di vita quotidiana, nonché rielaborazioni di miti irlandesi, come quello dell’esilio di Suibhne. Oltre al rapporto con la natura e al dialogo con la propria storia personale, i versi di Hewitt contengono anche eco religiose e riferimenti alla sfera della sessualità, un tema, quest’ultimo, che si ritrova anche nel memoir All Down Darkness Wide, che esplora l’identità queer dello scrittore.

Delle tre poesie proposte di seguito in traduzione, accompagnate dall’originale, due sono tratte da Tongues of Fire, “Evening Poem” e “Oak Glossary”, mentre “Ancestry” è stata pubblicata su Poetry nel 2013. “Ancestry/Discendenza” e “Evening Poem/Poesia della sera” condividono la rievocazione di eventi e scene passati, che al tempo stesso è l’esplorazione di legami familiari, della propria storia personale. Partendo da stimoli quotidiani quali profumi e piccole azioni, questi componimenti evocano relazioni più profonde tra genitori e figli, vecchie e nuove generazioni. Tali connessioni non mancano in “Oak Glossary/Glossario delle querce”, dove l’albero si sostituisce all’uomo e al suo linguaggio, pur condividendo con lui vibrazioni e legami non sempre visibili in superficie. Questi versi di Seán Hewitt scavano per riportare alla luce rapporti e dinamiche naturali tramite allusioni poetiche: lasciano intendere, suonano familiari, ma non disvelano parole e verità ultime.


da poetry (2013)

Ancestry

The damp had got its grip years ago
but gone unnoticed. The heads of the joists feathered slowly in the cavity wall
and the room’s wet belly had begun to bow.

Once we’d ripped the boards up, it all came out: the smell, at first, then the crumbling wood gone to seed, all its muscles wasted.
You pottered back and to with tea, soda bread,

eighty years shaking on a plastic tray.
One by one we looked up, nodded, then slipped under the floor. We moved down there like fish in moonlight, or divers round an old ship.

Discendenza

L’umidità aveva stretto la sua presa anni prima, inosservata. Le estremità dei travetti
si erano sbriciolate nell’intercapedine
e il ventre bagnato della stanza si stava curvando.

Una volta rotti i pannelli, venne tutto fuori: l’odore, all’inizio, poi il legno vecchio ormai marcio, le fibre disfatte.
Tu andavi e venivi portando tè e pane,

ottant’anni che tremano su un vassoio di plastica.
Uno a uno abbiamo alzato lo sguardo e annuito, poi ci siamo infilati sotto il pavimento. Ci siamo mossi lì sotto come pesci
che nuotano intorno a una vecchia barca, alla luce della luna.

da tongues of fire (2020)

Evening Poem

What a world of apparitions: stifled warmth of the greenhouse, scent of tomatoes, my mother and I working closely

to shimmy the pots loose. Split sack of soil on the bench, glow
of a tealight in the jar,

and not a word between us. It is hard to tell where heaven starts, and where it ends:
me, a foot taller, standing

where her father stood,
and outside, look: the dove, like a paper lantern, is bobbing in the apple-blossom.

Poesia della sera

È un mondo di apparizioni:
il calore compresso della serra,
il profumo dei pomodori, mia madre e io che lavoriamo vicini

scuotendo i vasi.
Sacchi di terreno tagliati sulla panca, il bagliore
di una candela nel vetro,

e non una parola tra noi. È difficile dire dove il cielo comincia e dove finisce: me ne sto, solo più alto,

dove stava suo padre,
e fuori, guarda: una colomba,
come una lanterna di carta, dondola tra i fiori del melo.

Oak Glossary

In the language of the oak, sky is made by shivering the leaves to produce a hushing sound.
In winter, of course, sky is silent.

God is felt in the phloem and xylem as a deep echo of water – a low noise that must be observed by placing
an ear to the bark. For oaks, chanting

(which is akin to song) is produced via rhythms of air brought in and out of the branches in slow succession. On still days, song is not possible.

The familiar words, such as child, man, woman, are unknown, having fallen quiet from disuse. In oak, essential nouns include soil,

water and time – these are produced from their element. Water is a high and gentle noise of clearest quality which results from branches dripping.

For soil, or earth, a fastening of the roots can be felt as a low tension underfoot. Time, on the other hand, is more visual than aural, and is distinguished into

its linear and circular conceptions. As is well-known, circular time
in oak is communicated
most vividly at the site of a knot

or where the core has been exposed. The linear variety is felt only
on occasion. For this, sap is produced and is made to run from the body.

Glossario delle querce

Nella lingua delle querce, cielo
si fa scuotendo le foglie
per produrre un suono sommesso.
In inverno, naturalmente, cielo non si pronuncia.

Dio si sente in floema e xilema
come un’eco d’acqua profonda – un rumore basso da osservare poggiando
l’orecchio alla corteccia. Per le querce, cantare

(che è simile a canzone) si produce
tramite ritmi d’aria portata dentro e fuori dai rami in lenta successione.
Nei giorni di quiete, canzone non si può dire.

Le parole familiari come bambino, uomo, donna sono sconosciute, cadute in disuso. Per le querce
sostantivi essenziali includono suolo,

acqua e tempo – queste sono prodotte dai loro elementi. Acqua è un rumore alto e gentile di qualità chiarissima
che proviene dai rami grondanti.

Per suolo, o terra, si possono sentire
le radici allacciarsi, una tensione sotto i piedi. Tempo, invece, è più visivo
che uditivo, e si distingue nelle

sue concezioni lineari e circolari.
Com’è noto, il tempo circolare
tra le querce si comunica
nel più vivido dei modi nel punto di un nodo

o dove la parte centrale è esposta.
La varietà lineare si sente solo occasionalmente. Per questa si produce la linfa e la si fa scorrere dal corpo.

Copertina di Tongues of Fire di Seán Hewitt

Nessun paesaggio si riflette: due poesie di Arai Takako

Introduzione e traduzioni dal giapponese a cura di Edoardo Occhionero.

È il marzo 2011 quando, a pochi giorni di distanza dal terribile terremoto che ha scosso la terra del Tōhoku, si verifica il meltdown del terzo reattore della centrale Daiichi di Fukushima. Di fronte alla catastrofe non ha tardato nemmeno la risposta della poesia (perché, in fondo, la letteratura nasce anche in simili circostanze: basti pensare alla testimonianza in versi sulla bomba atomica da parte di Kurihara Sadako, o a quella di Ishimure Michiko sul disastro chimico di Minamata del 1956).  

In simili tentativi di documentazione della realtà, rientra anche Letti e telai (2013) di Arai Takako che, protesa con uno sguardo sconcertato sui resti di una terra devastata, si domanda che cosa valga la pena recuperare, talvolta trasformando il sarcasmo in una caustica critica verso coloro che detengono le responsabilità dell’incidente. Così la scarpa spaiata di katahō no kutsu diventa metonimia di migliaia di cadaveri trascinati a riva dalla corrente, e in Galapagos il paesaggio spettrale e tossico della centrale nucleare si contrappone all’eden terrestre rappresentato dall’arcipelago equadoregno del titolo.

Poche voci all’interno del panorama della poesia giapponese si distinguono per la loro esplicita posizione di impegno civile e di anticonformismo. Tra queste c’è quella di Arai che presenta un Giappone diverso da quello dei ciliegi in fiore o delle rane che saltano nei vecchi stagni. È un Giappone che si preoccupa più dello “tsunami di recessione” che della salvaguardia dei propri cittadini, è il Giappone del kaso (esodo dalla campagna) e dello shōshi (calo della natalità).

Lo smascheramento della nazione idilliaca avviene attraverso un uso plastico e a volte sperimentale della lingua giapponese. Itō Hiromi al riguardo scrive: “[…] non conosco nessun’altra donna che ha avuto così successo nel trovare una lingua indigena [土着的なことば], affilandola con precisione chirurgica, e usandola per parlare con una voce così vivida”. Arai infatti torce il verso fino al massimo livello di espressività (si vedano, per esempio, l’associazione “nerume/Uniqlume” e le numerose rime in –bō). È poi consuetudine imbattersi in frammenti dialogici, in inflessioni dialettali e in tecnicismi del linguaggio settoriale, con l’intenzione di amplificare il raggio di azione della poesia. Un altro strumento di riverberazione – impareggiabile – è l’adozione e la coniazione di omofoni/omografi (come la coppia 中性子 e 中精子 (chūseishi) in cui il primo designerebbe sia il neutrone sia la persona intersex mentre il secondo rappresenterebbe un hapax, in quanto è attestata unicamente la forma 精子, “spermatozoo”).


Arai Takako (新井高子,1966 –), originaria della prefettura di Gunma (più precisamente della città di Kiryū, famosa per la produzione di stoffe), attualmente abita a Yokohama ed è professoressa associata dell’Università di Saitama dove insegna lingua giapponese agli studenti internazionali. Tra le sue opere si menzionano Haō bekki (“Vita separata del sovrano”, 1997),  Tamashii dansu (“La danza dell’anima”, 2007) – per cui è stata insignita del Premio Oguma Hideo –, e Betto to shokki (“Letti e telai”, 2013). Nelle sue raccolte poetiche non mancano i riferimenti autobiografici all’infanzia trascorsa nella fabbrica di tessuti del padre, e in particolare alla condizione di vita e al lavoro delle donne. Per anni, dall’inizio delle politiche di modernizzazione post-bellica, l’occupazione nell’attività tessile è stata di esclusivo dominio femminile, fino all’esternalizzazione in paesi in via di sviluppo avvenuta verso la fine del secolo scorso. I versi di Arai ripercorrono quindi il declino del paesaggio industriale, si affacciano sulle numerose mani che hanno continuato a compiere i gesti consueti anche dopo la chiusura della fabbrica. Perché questa ha forgiato le loro vite.


Da Letti e telai (2013)

片方の靴

紅いひなげしが咲いていました
浜辺に、
片方だけ、皮靴が打ち上げられておりました
縛ったままの靴ひもでした
.
花びらのあさつゆを
ひなげしが 身をしならして垂らしたら
息づきます、かすかに、
精いっぱい振りこぼしたら
あけようとする、
目ぶたを
泥靴が、
.
古井戸のように深い目に、
おそらく
景色は映っていない
記憶さえ
ぐっしょり濡れて、
ひなげしは さすってみるほかありません
葉を伸ばし
胸のような靴の甲を、
 ––––– 砕くことはできないよ、波も 
    流せない
    すりへった踵と
    皺が、
    たぐり寄せるのです、
   はぐれたひとの眼ざしを
 浜辺まで、
ひなげしが覗きこめば
いっそう透きとおり、
井戸の底に
小魚の背びれのような、火が、
.
  ––––– 消せないさ
     存在のおくの、正直なほそい光は
     海もまた、
     巨きな瞳だから、
.
    あのとき
   うるんで疾走しながら、
  怒濤しながら
 どんな光を放ったか
沖へ、
飲まれていく、もう片方は
.
   ––––– かこうとする、ひと輪の
      蒼い火を、
      見たでしょうか
      いわしの群れの目が、
.
また揺れてるね
いいえ、
.
風だよ
裸のひなげしが立っていました
花びらを、
井戸に降らして
.
へその緒なのです
靴ひもの
その先は、
つかもうとする瞳の底まで
.
這って、

La scarpa spaiata

Il papavero rosso è in fiore,
Sulla riva,
Spaiata, solo una scarpa di pelle trascinata dalle onde,
I lacci ancora annodati
.
Mentre il papavero si flette sgrondando
La rugiada dai petali,
La scarpa imbrattata
Tira un sospiro, leggero
Mentre il fiore si scrolla,
La scarpa apre
Le palpebre
.
In occhi profondi come un vecchio pozzo
Forse
Nessun paesaggio si riflette
Perfino la memoria
È bagnata fradicia,
Al papavero non resta allungate le foglie,
Che accarezzare
Il dorso della scarpa, ora simile a un torace
.
––––– Non puoi rompermi! Neppure le onde
Riescono a trasportarmi
Col mio tacco logoro
E le grinze,
Riavvolgono lo sguardo
Del bambino che l’ha persa di vista
Fino alla riva,
Se il papavero sbirciasse
Nel letto del pozzo
Vedrebbe un fuoco ancora più trasparente
Come la pinna dorsale di un minuscolo pesce
.
––––– Il mare non può spegnere la luce
Integra e sottile, dal fondo della mia esistenza
Perché il mare
È un enorme pupilla
.
Quale luce deve aver emesso
In quel momento
Velata di lacrime, mentre procedeva
Verso il largo,
E infuriava la burrasca,
Inghiottita, già spaiata
.
––––– L’anello di fiamma verde
Disegnato attorno ai miei occhi
L’avrà visto
Il banco di sardine?
.
Ondeggia ancora il papavero
No
È il vento
Nudo, sta in piedi
Facendo cadere i petali
Nel pozzo
.
La punta del laccio
È un cordone ombelicale
A cui il bambino prova ad aggrapparsi
Fino al fondo delle pupille
.
Striscia giù

ガラパゴス

茶飲みばなしだろ!、景気って
お伽ばなしだよ!、株相場は
やらかしてよ、
  もっと、揶揄化してよ
うんざりだね
黒づくし、ユニクロづくしは

台なしだよ!、エロスが
出しっぱなしだろ!、タナトスを
いかしてよ、
  もっと、異化してよ
ケータイの 引っきりなし、
マイクロソフトの 人でなしに

   ––––– 着さしてもらえて なかったんじゃアありませんか?
      国民服しか、
      震災のずっと前から
      わたしたち、
      不況という 津波 ばっかし恐怖して、

防護服です、
ソレは
打たれ強いのです、
高波に
6メートルまで 耐えられます
いいえ、
水着 と言っちまおうか
冷たいグローバル
グロテスクなグローバリズムの 胎内で
溺れそう
リーマンに、
サラリーマン
欲しがりません
申しません
もう しません、やりません
女子も、男子も、中性子
生殖しない ユニセックス
   ほら、
  分裂する、
 中精子は、
なかなか融合しないんです、って

放りっぱなしだろ!、核分裂も
野ざらしだぞ!、原発ドームの 胎内も
燃料棒が、安全帽が、卵細胞が、けちん坊が、どろぼうが、
冷房が、暖房が、
赤ンぼうが、仏(ほとけ)ンぼうが、大海原に浮かぼうが、叫らぼうが、
原子炉建屋がぶっ飛ぼうが、
堤防が、陰謀が、官房が、
 アンビリーバボーが、
 インクレディボーが、
東電が、
  ユニクロ着込んで
 防御する、
津波

  コンドームで
 発電する、
半減期
で いいのか?

わたしたち

Galapagos

Un discorso da bar, l’andamento del mercato!
Delle favolette, le quotazioni in borsa!
Avanti, fallo!
                       Deridili ancora di più!
Ne ho abbastanza
Di tutto questo nerume, di tutto questo Uniqlume

Rovinato! Eros
Trascurato! Thanatos
Resuscitali!
                    Scomponili ancora di più!
Questi cellulari incessanti
Questo Microsoft disumano

––––– Ciò che ci avete fatto indossare     non erano forse
            Le nostre divise nazionali?
          Prima del terremoto
            Noi
            Terrorizzati solo dallo     tsunami     di recessione

Questa
È la nostra tuta protettiva
La nostra resistenza
Ai cavalloni
Alti 6 metri     sopportiamo
No
Non è più   un costume da bagno?!
Sembra annegare
Il freddo globale
Nel grembo   del grottesco globalismo
Alla Lehman Brothers
I salarymen
Non vogliono nulla
Non dicono nulla
Non fanno nulla, non fanno più nulla
Ragazze, ragazzi, non-binary
Nessuna procreazione         unisex
                    Ecco
          La divisione
    Dicono che non si fonderanno
Gli spermio-neutroni

Sono stati abbandonati a loro stessi! Anche la cariocinesi
Lasciata esposta! Pure il ventre del reattore,
La barra combustibile (nenryōbō), gli elmetti antinfortunio (anzenbō),
                       [gli ovociti (ransaibō), gli spilorci (kechinbō), i furfanti (dorobō),
gl’impianti di condizionamento (reibō), i termosifoni (danbō),
Gl’infanti (akanbō), i defunti (hotokenbō),  
                       [che affiorano sul grande oceano (ukabō), lì lì per gridare (orabō),
L’edificio di contenimento divelto (buttobō),
I frangiflutti (teibō), i complotti (inbō), il segretariato (kanbō),
Unbelivabō
Incredibō
La TEPCO
             Indossa il suo Uniqlo
        A baluardo
Dello tsunami
         Nel dome
Si produce energia elettrica

Nei nostri condom
C’è mezza vita
È abbastanza?

Noi

Come le cicale: tre poesie di Phoebe Giannisi

Introduzione e traduzioni acura di Valeria Cassino, vincitrice della prima Call for Translators per il greco moderno.

“Sono una chimera, un essere ibrido tra animale e macchina, una poeta, un’architetta. La mia poetica si esprime inevitabilmente con i mezzi a mia disposizione, senza censurarne la molteplicità”. Nata ad Atene nel 1964, Phoebe Giannisi è poeta e architetta, ha un dottorato in Lettere Classiche e insegna presso l’Università della Tessaglia. Fondatrice e co-editrice della rivista “Mavro Mouseio” negli anni ’80, attualmente è membro della redazione di “FRMK”, rivista biennale di poesia, critica letteraria e arti visive, punto di riferimento nel panorama poetico greco contemporaneo, di cui Giannisi è una voce di spicco.

La sua ricerca si concentra sui confini tra poesia e performance, identità e metamorfosi, tempo e memoria, e indaga i legami della poesia con il corpo, la voce e lo spazio. Giannisi si inserisce nella tendenza tipica della poesia greca contemporanea definita come diakallitechnikotita, ovvero “trasversalità fra le arti”: il suo lavoro è frutto di un dialogo continuo fra espressioni artistiche diverse, parte da modelli archetipici per declinarli in nuove forme ed espanderli attraverso la sperimentazione transmediale. La lingua di Giannisi è disadorna, minimalista; tratteggia immagini apparentemente disarticolate fra loro, ma architettate con cura artigianale, che esplorano con icastica immediatezza la relazione del linguaggio con lo spazio urbano e naturale.

Dal 1995, anno del suo esordio con Achinoi (“Ricci di mare”), ha pubblicato otto raccolte poetiche, alcune delle quali sono state tradotte anche in inglese e in tedesco. Giannisi è stata inoltre inclusa nelle antologie di poeti greci contemporanei Futures. Poetry of the Greek Crisis (2015), a cura di Theodoros Chiotis, e Austerity Measures. The New Greek Poetry (2016), a cura di Karen Van Dyck.

Le poesie presentate in questo contributo appartengono alle raccolte Omirika (Kedros, 2009) e Rapsodia (Gutenberg, 2016). Omirika intreccia la mitologia classica con l’esperienza moderna; personaggi, episodi e luoghi dell’Odissea sono i diversi tasselli della narrazione, che crea in questa raccolta un io polifonico attraverso cui parlare di temi come l’amore, lo straniero, la maternità, il viaggio, la memoria, la nostalgia. Ispirandosi inoltre alla tradizione orale dell’epica, Giannisi modella la propria poetica sperimentando con il ritmo, il suono, la ripetizione. Rapsodia è un’opera composita che racchiude più di cento poesie ed è il culmine di un progetto che comprende manoscritti poetici, performance, video, mostre e installazioni multimediali, fra cui spicca Tettix (“cicala” in greco antico), che si ispira all’associazione della figura del poeta con quella dell’insetto attraverso l’antica mitologia greca, la filosofia e la poesia.


Da Oμηρικά (2009)

Προοίμιο

μία πέτρα στον βυθό άσπρη
σειρές από γαλάζια χαλίκια το μούτρο
πάνω τους μες στο νερό
η αναπήδηση της βάρκας στα κύματα
πάνω στα κύματα ταχύτητα του αέρα η ώθηση
πετάμε
ένα μοναχικός γλάρος στην ξέρα
συνέλευση γλάρων οι γλάροι κρώζουν ασταμάτητα
κατά περιόδους
σιωπούν
όπως τα τζιτζίκια
ο ασταμάτητος βόμβος τους απότομα παύει την ώρα
της μεγαλύτερης αιθρίας της ζέστης του μεσημεριού
με το αυτοκίνητο ο βόμβος των τζιτζικιών πιο συχνός
πιο συνεχής
πιο γρήγορος
τα ξέχασες όλα
δεν μπορείς να θυμηθείς
το πώς
αρχίζεις να ξεχνάς το τι
Ας ήτανε το πώς μια επανάληψη του τι
η λήθη των στιγμών για σένα φάρμακο
ενάντια
στου αμετάκλητου την λύπη
με καλυμμένο το κεφάλι σε τόπο αχαρτογράφητο
ακούς του εαυτού σου τον τραγουδιστή
λέξεις του Κανενός
δαήμονος ανδρός περιπλανήσεις
αέρα θάλασσα λάθη ανεπίστρεπτα δώρα
να αριθμεί
ξέρεις καλά ότι η σειρά των τι είναι εαυτός
αλλά άραγε να έμαθες πως η σειρά των πώς
είναι ο άνεμος;

Proemio

una pietra sul fondo bianca
serie di sassolini azzurri la faccia
su di loro dentro l’acqua
il sobbalzare della barca fra le onde
velocità sulle onde la spinta del vento
voliamo
un gabbiano solitario sulla secca
adunanza di gabbiani i gabbiani gracchiano senza sosta
di tanto in tanto
tacciono
come le cicale
il ronzio senza sosta interrompe brusco il tempo
di maggior chiariore del caldo di mezzogiorno
con la macchina il ronzio delle cicale più costante
più continuo
più veloce
hai dimenticato tutto
non riesci a ricordare
il come
inizi a dimenticare il cosa
Se solo il come fosse una ripetizione del cosa
l’oblio degli attimi per te medicina
contro
la tristezza dell’irrevocabile
con il capo coperto in un luogo senza mappa
ascolti il cantore di te stesso
mentre conta
parole di Nessuno
il vagare di un uomo navigato
aria mare errori irreversibili doni
sai bene che la serie dei cosa è il sé
ma hai forse imparato che la serie dei come
è il vento?

Da Ραψωδία (2016), sezione “Τέττιξ”

Γενέθλια

Φαγουρίζουνε τα φτερά όταν βγαίνουν;
όταν από την έξοδο της κοιλιάς
έβγαλες πρώτα το κεφάλι
και σπρώχνοντας από τον πόνο
πετάχτηκες έξω στο φως
για να φωνάξεις
ήταν τα μάτια σου ανοιχτά;
άκουσες τα λόγια αυτών
που σε κρατούσαν βοηθώντας
όλο το σώμα συστραμμένο
μαζεμένο τα πόδια λυγισμένα
και η μέρα ζεστή;
μία γυναίκα γεννούσε
στου αυτοκινήτου της το πάτωμα–
κάθε μεγάλωμα άραγε
πονάει σαν το πρώτο;
δεν μεγαλώνει κανείς
με τον ίδιο ρυθμό αδιόρατα;
ή μήπως μετά από περιόδους στάσης
αίφνης η κίνηση σε κατακτά
κι αυξάνεσαι και ανυπόφορα αλλάζεις;
πετάς από πάνω σου
σαν το λουλούδι τα πέταλα
μέσα στη δρόσο που ρουφάς
κάτι παλιό και ξανά;
κατοικημένος
από της νύχτας τις αγωνίες
ανοίγεις τα πρωινά σου μάτια
ανάποδα να κοιτάξεις τον κόσμο;
έχεις μαζέψει τ’ άστρα τα κρατάς
στα χέρια τα σκορπάς
στο χώμα την άμμο
έχεις ψηλώσει πια
το δέντρο εσύ
στη μικρή σου σκιά μάς χωράς
πιο ελαφρούς τώρα πιο ελαφρούς

Compleanno

Prudono le ali quando spuntano?
quando dall’uscita del ventre
hai tirato fuori prima la testa
e spingendo dal dolore
sei saltato fuori alla luce
per urlare
avevi gli occhi aperti?
hai sentito le parole di quelli
che ti tenevano aiutando
il corpo tutto attorcigliato
raggomitolato le gambe piegate
e la giornata calda?
una donna stava partorendo
sul tappetino della sua macchina –
forse ogni crescita
fa male come la prima?
non si cresce
con lo stesso ritmo impercettibilmente?
o forse dopo periodi di stasi
all’improvviso il movimento ti possiede
e cresci e cambi insopportabilmente?
ti scrolli di dosso qualcosa di vecchio
come un fiore i petali
nella rugiada che succhi
ancora e ancora?
abitato
dalle ansie della notte
apri gli occhi mattutini
per guardare il mondo sottosopra?
hai raccolto le stelle le tieni
in mano le spargi
sulla terra sulla sabbia
ormai sei diventato alto
l’albero tu
nella tua piccola ombra ci contieni
più leggeri ora più leggeri

Sezione “Τ-ώρα”

Η παρούσα στιγμή

Ι

Ο άνεμος ο φέρων τις φωνές
δροσίζοντας σαλεύει το μανίκι
κουνάει του φουστανιού την άκρη
ενώ στην άσφαλτο
μπροστά στις ρόδες
χορεύει το σπουργίτι με την πεταλούδα

ΙΙ

Ανοίγω το στόμα να μιλήσω
αλλ’ αυτό σφίγγει τα δόντια
κοχύλι εσύ
λέξη κρυμμένη
στο βυθό θαμμένη
μαλάκιο
ακίνητο στην άμμο
με τις κεραίες
προς τα μένα να σαλεύουν

ΙΙΙ

Γιατί η στιγμή είναι ασύλληπτη
καθόλου παρούσα
το «παρόν»
«αυτό που είναι εδώ»
χώρος αντί για χρόνο
η γλώσσα την έλλειψη μιλά

ΙV

Γιατί διαφεύγει του νοήματος η γλώσσα
τα λόγια μου
η σκυτάλη
ένα χαλίκι
δανεισμένα
αόριστα θυμίζουν μίαν άλλη παρουσία
πριν από εμένα
να ανοίγει δρόμο
κι ο δρόμος όταν ξαναπατηθεί
είναι δικός μου
και δεν είναι
κι ο δρόμος όταν ξαναπατηθεί
έγινε λάκκος
για να πέσω

V

Γιατί το χέρι που γράφει
τα λόγια
μιλά μία φωνή
μοιράζει νέμει
το πιο δικό σου φέροντας
κι ας είναι δανεισμένο
μοιράζει
τον χρόνο σε κομμάτια
μοιράζει προεκτείνει
πέρα από όλους εμάς
καλὰ καὶ ὕψι βιβὰς
τα πόδια ψηλά με ρυθμό
μουσική
προς τον άλλο
ανοίγεται
προς τον ουρανό
καθαρή αγάπη
μέσα στην έλλειψη
απολλώνειος χορός

πάνω στην προκυμαία το φεγγάρι
αρνείται με τη σειρά του να βγει

L’attimo presente

I

Il vento foriero di voci
rinfrescando muove la manica
agita il lembo dell’abito
mentre sull’asfalto
davanti alle ruote
il passero balla con la farfalla

II

Apro la bocca per parlare
ma quella stringe i denti
conchiglia tu
parola nascosta
sul fondale sepolta
mollusco
immobile sulla sabbia
con le antenne
che si muovono verso di me

III

Perché l’attimo è inafferrabile
affatto presente
il “presente”
“ciò che è qui”
spazio anziché tempo
la lingua dice l’assenza

IV

Perché la lingua del senso rifugge
le mie parole
il testimone
un sassolino
prestate
indefinite ricordano un’altra presenza
prima di me
che spiana la strada
e la strada quando si calpesta ancora
è mia
e non lo è
e la strada quando si calpesta ancora
è diventata una fossa
dove cadrò

V

Perché la mano che scrive
le parole
dice una voce
divide distribuisce
portando ciò che è tuo
anche se è in prestito
divide
il tempo in frammenti
divide estende
oltre tutti noi
a passi rapidi e eleganti
le gambe in alto a ritmo
musica
verso l’altro
si apre
verso il cielo
amore puro
dentro l’assenza
danza apollinea

sopra il molo la luna
quando è il suo turno si rifiuta di spuntare

L’identità sconfinata di Rose Ausländer

Introduzione e traduzioni dal tedesco a cura di Claudia Cerulo, Barbara Nicoletti e Marta Olivi. Illustrazioni di Veronika Salandin.

“Zingara ebrea di lingua tedesca”, così si definisce Rose Ausländer (Černivci, 11 maggio 1901 – Düsseldorf, 3 gennaio 1988) nel suo autoritratto poetico, Selbstporträt. La poetessa rivendica qui un’identità ibrida e vagabonda, segnata dalle costanti peregrinazioni che nel corso della vita l’hanno spinta oltre i confini della nativa Bukovina – allora provincia dell’Impero austro-ungarico – agli Stati Uniti, per poi ritornare in Europa, tra Bucarest, Venezia e Parigi. Ausländer (“straniera”, come segnalato dalla scelta del cognome assunto nel 1923 e mai abbandonato) è stata un’intellettuale cosmopolita, la cui ricca produzione poetica è, per stessa ammissione dell’autrice, difficile da categorizzare: “Meine bevorzugten Themen? Alles – das Eine und das Einzelne. Kosmisches, Zeitkritik, Landschaften, Sachen, Menschen, Stimmungen, Sprache – alles kann Motiv sein” (I miei temi preferiti? Tutto, l’uno e il singolare. Il cosmico, la critica attuale, i paesaggi, le cose, gli uomini, le voci, la lingua – tutto può essere un motivo).

Nonostante la ricchezza nella produzione e nei temi affrontati, una serie di motivi ritornano in maniera mutevole ma costante: il viaggio, l’esilio, l’identità ebrea, l’antisemitismo, ma soprattutto la fiducia nel potere del linguaggio, l’espressione poetica come strategia per sopravvivere, la creazione artistica come autodeterminazione. Un linguaggio apparentemente semplice, incastonato in una versificazione breve e incisiva, ma che cela un simbolismo densissimo, che va dai riferimenti biblici (il roveto ardente, il vino dell’Eucaristia), fino a quelli legati alla travagliata storia mitteleuropea, come la Notte dei cristalli e l’indelebile trauma delle camere a gas.

Nella scelta delle poesie che presentiamo in traduzione, si è cercato di ripercorrere il motivo cardine della poetica di Ausländer: l’esperienza di viaggio che definisce l’identità priva di confini dell’autrice, dai paesaggi accoglienti del sud dell’Europa, fino alla drammatica esperienza dell’esilio per sfuggire alle atrocità della Shoah, per chiudere infine con un inno alla libertà e all’autodeterminazione: “vergiss deine Grenzen”. “Dimentica i tuoi confini”, ci dice Ausländer: quegli stessi confini che l’autrice ha attraversato senza sosta per tutta la vita, e che diventano marca di identità proprio nel momento in cui svaniscono e diventano linee fantasmatiche, configurando un Io poetico che si presenta, letteralmente, sconfinato.

Rose Auslander

Da Gedichte (S. Fischer Verlag, 2012)

Im Süden

Mit den Zugvögeln
Nach Süden ziehn

Wo die Sonne
Uns liebt

Wo Palmen
Ihre Fächer öffnen

Wo die Flüsse
Silber sind

Wo wir aufgenommen werden
Freundschaftlich

A sud

Con gli uccelli migratori
migrare verso sud

Dove il sole
ci ama

Dove le palme
aprono i loro ventagli

Dove i fiumi
sono d’argento

Dove ci accolgono
da amici

Verwundert

Wenn der Tisch nach Brot duftet
Erdbeeren der Wein Kristall

Denk an den Raum aus Rauch
Rauch ohne Gestalt

Noch nicht abgestreift
Das Ghettokleid

Sitzen wir um den duftenden Tisch
Verwundert
Daß wir hier sitzen

Stupiti

Quando la tavola profuma di pane
Fragole vino cristalli

Pensa alla camera del fumo
Fumo senza forma

Non ancora sfilato
il vestito del ghetto

Stiamo seduti alla tavola che profuma
Stupiti
di essere seduti qui

Unendlich

Vergiß
Deine Grenzen

Wandre aus

Das Niemandsland
Unendlich
Nimmt dich auf

Sconfinata

Dimentica
i tuoi confini

Emigra

La terra di nessuno
sconfinata
ti accoglie

Selbstporträt

Jüdische Zigeunerin
Deutschsprachig
Unter schwarzgelber Fahne
Erzogen

Grenzen schoben mich
Zu Lateinern Slaven
Amerikanern Germanen

Europa
In deinem Schoß
Träume ich
Meine nächste Geburt

Autoritratto

Zingara ebrea
di lingua tedesca
cresciuta
sotto la bandiera gialla e nera

I confini mi hanno spinta
verso latini slavi
americani germani

Europa
nel tuo grembo
io sogno
la mia prossima nascita

Bruder im Exil

Bruder im Exil
In Zeitungen gekleidet
Gehst du der Sonne aus dem Weg
Dein Koffer steht vor der Tür
Von Raben bewacht

Der Baum bittet um Einlaß
In dein Vertrauen
Aber du reitest ins Regenreich
Wo der Dornbusch erlosch
Kein Vogel ein Nest baut

Sonntag irlandgrün
Im Nebel hängt eine Kirsche
Blühende Fenster winken
Du wendest dich ab
Wanderst von Land zu Land
Um die blaue Lampe zu finden
Obwohl du weißt
Daß der Athlet sie zertreten hat und die
Scherben zerstreut liegen in Europa

Trägst den Abend zum Strand
Sterne halten den Himmel im Gleichgewicht
Daß er nicht stürze auf dich wie Amerika
Das Wasser brüderlich fremd
Schwemmt weg die Trümmer deines Traums
Das Wasser dein
Bruder im Exil

Fratello in esilio

Fratello in esilio
vestito di giornali
te ne stai lontano dal sole
La tua valigia sta davanti alla porta
sorvegliata dai corvi

L’albero chiede di entrare
nella tua fiducia
Ma tu cavalchi nel regno della pioggia
dove il roveto ardente si è spento
e nessun uccello ci fa il nido

Domenica verde irlandese
Nella nebbia sta appesa una ciliegia
Finestre in fiore ti salutano
Ti volti e ti allontani
Vaghi di terra in terra
per trovare la lanterna blu
Anche se sai
che l’atleta l’ha distrutta e che i
frantumi sono andati sparsi in Europa

Porti la sera in spiaggia
Le stelle tengono il cielo in equilibrio
cosicché non ti cada addosso come l’America
L’acqua fraternamente estranea
lava via i detriti del tuo sogno
L’acqua tuo
fratello in esilio

Cinque poesie di Renée Vivien

Introduzione e traduzioni dal francese a cura di Chiara Gagliano.

[Disclaimer: Con questa prima uscita sulla poeta francese Renée Vivien, l’Almanacco Internazionale inaugura “Mortә che parlano”, una nuova rubrica dedicata alla riscoperta di scritture poetiche sommerse, verso il recupero di voci straniere del passato doppiamente dimenticate, dalla traduzione italiana e dal canone].


Pauline Mary Tarn nasce a Londra nel 1877 e rinasce Renée Vivien (of the Lake) in rue Bois de Boulogne a Parigi, dove morirà nel 1909, dopo aver ricercato più volte “l’istante eterno” tra i fiori di laudano e l’anoressia nervosa.

Poeta, romanziera e traduttrice, è nota come Saffo 1900 o Musa delle Violette, non soltanto per l’opera di traduzione e riscrittura della poetessa di Mitilene, ma soprattutto per la geminazione del canto femminile, lesbico e androgino, riecheggiato in funzione sovversiva. Fonda infatti l’Académie des Femmes e abbandona la sua lingua di origine per il francese, operando una rivoluzione anche stilistica: abolisce l’alternanza con la rima maschile e gioca con gli accordi sessuati. La rima femminile e il Sonnet féminin sanciscono l’esistenza di una dimensione socio-poetica altra rispetto agli stilemi del Simbolismo e del Parnassianesimo.

Prima poetessa francofona a cantare l’amore per una donna, favorendo il recupero della tradizione saffica, gioca con modelli e pseudonimi maschili per creare un senso di ambiguità volontaria e sprezzante; il titolo del romanzo autobiografico Donna m’apparve (1904) esemplifica la verve distruttiva e costruttiva dell’autrice, decisa a poetare l’erotismo lesbico. Cimentandosi con generi e metri interdetti alle femmes de lettres, si confronta con Petrarca, Dante, Shakespeare, Baudelaire e le Sacre Scritture (Genesi profana, 1902). L’elemento botanico e quello acquatico, ricorrenti nelle numerose raccolte di Renée a partire dall’esordio Études et preludes (1901), costituiscono i tratti fondamentali dell’immaginario poetico perverso fin de siècle, funereo e dalle fascinazioni bohémien. Figura avanguardista, Vivien afferma la necessità di definirsi e ridefinirsi come autrice lesbica alle soglie dell’Idéal simbolista, scrivendo dentro e contro la tradizione, diventando a sua volta una figura mitica del panorama letterario francofono, come testimoniano le violette ancora sparse sulla sua tomba al Cimitero di Passy.


Da Évocations (1903)

Twilight

Ô mes rêves, voici l’heure équivoque et tendre
Du crépuscule, éclos tel une fleur de cendre.

Les clartés de la nuit, les ténèbres du jour
Ont la complexité de ton étrange amour.

Sous le charme pervers de la lumière double,
Le regard de mon âme interroge et se trouble.

Je contemple, tandis que l’Énigme me fuit,
Les ténèbres du jour, les clartés de la nuit.

L’ambigu de ton corps s’alambique et s’affine
Dans son ardeur stérile et sa grâce androgyne.

Les clartés de la nuit, les ténèbres du jour
Ont la complexité de ton étrange amour.

Twilight

O miei sogni, ecco l’ora equivoca e tenera
Del crepuscolo, schiuso come fiore di cenere.

Le luci della notte, le tenebre del giorno
Hanno la complessità del mio strano amore.

Sotto l’invito perverso di una doppia fiamma,
Lo sguardo dell’anima scruta e si offusca.

Io contemplo, mentre l’Enigma mi sfugge,
Le tenebre del giorno, le luci della notte…

L’ambiguo tuo corpo si lambicca e si affina
Nel suo ardore sterile e la grazia androgina.

Le luci della notte, le tenebre del giorno
Hanno la complessità del mio strano amore.

Da Les Venus des Aveugles (1904)

Donna m’apparve

“Sopra candido vel cinta d’oliva
Donna m’apparve, sotto verde manto,
Vestita di color di fiamma viva”.
Dante, Purgatorio, XXX

Lève nonchalamment tes paupières d’onyx,
Verte apparition qui fus ma Béatrix.

Vois les pontificats étendre, sur l’opprobre
Des noces, leur chasuble aux violets d’octobre.

Les cieux clament les De Profundis irrités
Et les Dies irae sur les Nativités.

Les seins qu’ont ravagés les maternités lourdes
Ont la difformité des outres et des gourdes.

Voici, parmi l’effroi des clameurs d’olifants,
Des faces et des yeux simiesques d’enfants,

Et le repas du soir sous l’ombre des charmilles
Réunit le troupeau stupide des familles.

Une rébellion d’archanges triompha
Pourtant, lorsque frémit le paktis de Psappha.

Vois ! l’ambiguïté des ténèbres évoque
Le sourire pervers d’un Saint Jean équivoque.

Donna m’apparve

“Sopra candido vel cinta d’oliva
Donna m’apparve, sotto verde manto,
Vestita di color di fiamma viva”.
Dante, Purgatorio, XXX

Leva svogliate le tue palpebre d’onice,
Verde apparizione che fosti mia Beatrice.

Ecco i pontificati spargere, sul giogo delle nozze,
Il loro manto di violette d’ottobre.

I cieli invocano gli irritati De Profundis
E i Dies Irae sulle Natività.

I seni devastati da pesanti maternità
Hanno le difformità delle otri e delle zucche.

Ecco, tra lo spavento dei clamori degli olifanti,
I volti e gli occhi di scimmieschi infanti,

E il pasto serale all’ombra dei carpini
Riunisce lo stupido branco delle famiglie.

Una rivolta di arcangeli trionfò
Ancora, quando fremette il paktis di Psappha.

Vedi! L’ambiguità di tenebre evoca
Il sorriso perverso di un San Giacomo equivoco.

Litanie de la Haine

La Haine nous unit, plus forte que l’Amour.
Nous haïssons le rire et le rythme du jour,
Le regard du printemps au néfaste retour.

Nous haïssons la face agressive des mâles.
Nos cœurs ont recueilli les regrets et les râles
Des Femmes aux fronts lourds, des Femmes aux fronts pâles.

Nous haïssons le rut qui souille le désir.
Nous jetons l’anathème à l’immonde soupir
D’où naîtront les douleurs des êtres à venir.

Nous haïssons la Foule et les Lois et le Monde.
Comme une voix de fauve à la rumeur profonde,
Notre rébellion se répercute et gronde.

Amantes sans amant, épouses sans époux,
Le souffle ténébreux de Lilith est en nous,
Et le baiser d’Éblis nous fut terrible et doux.

Plus belle que l’Amour, la Haine est ma maîtresse,
Et je convoite en toi la cruelle prêtresse
Dont mes lividités aiguiseront l’ivresse.

Mêlant l’or des genêts à la nuit des iris,
Nous renierons les pleurs mystiques de jadis
Et l’expiation des cierges et des lys.

Je ne frapperai plus aux somnolentes portes.
Les odeurs monteront vers moi, sombres et fortes,
Avec le souvenir diaphane des Mortes.

Litania dell’Odio

L’Odio ci unisce, più forte di Amore.
Odiamo il riso e il ritmo del giorno,
Lo sguardo della primavera dal nefasto ritorno.

Odiamo il volto aggressivo dei maschi.
I nostri cuori hanno raccolto i rimorsi e i rantoli
di donne con le fronti pesanti, di donne con le pallide fronti.

Odiamo l’accoppiamento che insudicia il desiderio.
Noi gettiamo l’anatema sull’immondo gemito
Da cui nasceranno i dolori di esseri venturi.

Noi odiamo la Folla e le Leggi e il Mondo.
Come voce di belva dalla voce profonda,
La nostra rivolta riverbera e gronda.

Amanti senza amante, mogli senza marito,
Il soffio tenebroso di Lilith è in noi.
E il bacio di Ibis ci fu terribile e dolce.

Più bella di Amore, l’Odio è la mia amante
e in te bramo la crudele sacerdotessa
Di cui le mie lividezze acuiranno l’ebbrezza.

Mescolando l’oro delle ginestre alla notte degli iris,
Rinnegheremo i pianti mistici di un tempo
E l’espiazione delle candele e dei gigli.

Non busserò più alle porte addormentate.
Gli odori mi raggiungeranno, scuri e forti,
con il ricordo diafano dei morti.

Da À l’heure des mains jointes (1906)

Ainsi je parlerai…

Ô si le Seigneur penchait son front sur mon trépas,
Je lui dirais : « Ô Christ, je ne te connais pas.

« Seigneur, ta stricte loi ne fut jamais la mienne,
Et je vécus ainsi qu’une simple païenne.

« Vois l’ingénuité de mon cœur pauvre et nu.
Je ne te connais point. Je ne t’ai point connu.

« J’ai passé comme l’eau, j’ai fui comme le sable.
Si j’ai péché, jamais je ne fus responsable.

« Le monde était autour de moi, tel un jardin.
Je buvais l’aube claire et le soir cristallin.

« Le soleil me ceignait de ses plus vives flammes,
Et l’amour m’inclina vers la beauté des femmes.

« Voici, le large ciel s’étalait comme un dais.
Une vierge parut sur mon seuil. J’attendais.

« La nuit tomba… Puis le matin nous a surprises
Maussadement, de ses maussades lueurs grises.

« Et dans mes bras qui la pressaient elle a dormi
Ainsi que dort l’amante aux bras de son ami.

« Depuis lors j’ai vécu dans le trouble du rêve,
Cherchant l’éternité dans la minute brève.

« Je ne vis point combien ces yeux clairs restaient froids,
Et j’aimai cette femme, au mépris de tes lois.

« Comme je ne cherchais que l’amour, obsédée
Par un regard, les gens de bien m’ont lapidée.

« Moi, je n’écoutai plus que la voix que j’aimais,
Ayant compris que nul ne comprendrait jamais.

« Pourtant, la nuit approche, et mon nom périssable
S’efface, tel un mot qu’on écrit sur le sable.

« L’ardeur des lendemains sait aussi décevoir :
Nul ne murmurera mes strophes, vers le soir.

« Vois, maintenant, Seigneur, juge-moi. Car nous sommes
Face à face, devant le silence des hommes.

« Autant que doux, l’amour me fut jadis amer,
Et je n’ai mérité ni le ciel ni l’enfer.

« Je n’ai point recueilli les cantiques des anges,
Pour avoir entendu jadis des chants étranges,

« Les chants de ce Lesbos dont les chants se sont tus.
Je n’ai point célébré comme il sied tes vertus.

« Mais je ne tentai point de révolte farouche :
Le baiser fut le seul blasphème de ma bouche.

« Laisse-moi, me hâtant vers le soir bienvenu,
Rejoindre celles-là qui ne t’ont point connu !

« Psappha, les doigts errants sur la lyre endormie,
S’étonnerait de la beauté de mon amie,

« Et la vierge de mon désir, pareille aux lys,
Lui semblerai plus belle et plus blanche qu’Atthis.

« Nous, le chœur, retenant notre commune haleine,
Écouterions la voix qu’entendit Mytilène,

« Et nous préparerions les fleurs et le flambeau,
Nous qui l’avons aimée en un siècle moins beau.

« Celle-là sut verser, parmi l’or et les soies
Des couches molles, le nectar rempli de joies.

« Elle nous chanterait, dans son langage clair,
Ce verger lesbien qui s’ouvre sur la mer,

« Ce doux verger plein de cigales, d’où s’échappe,
Vibrant comme une voix, le parfum de la grappe.

« Nos robes ondoieraient parmi les blancs péplos
D’Atthis et de Timas, d’Éranna de Télos,

« Et toutes celles-là dont le nom seul enchante
S’assembleraient autour de l’Aède qui chante !

« Voici, me sentant près de l’heure du trépas,
J’ose ainsi te parler, Toi qu’on ne connaît pas.

« Pardonne-moi, qui fus une simple païenne !
Laisse-moi retourner vers la splendeur ancienne

« Et, puisqu’enfin l’instant éternel est venu,
Rejoindre celles-là qui ne t’ont point connu».

Così io parlerò…

Oh, se il Signore piegasse la sua fronte sulla mia morte,
Gli direi: «O Cristo, io non ti conosco.

«Signore, la tua legge severa non fu mai la mia,
E vissi così come una semplice pagana.

«Guarda l’ingenuità del mio povero e nudo cuore.
Io non ti conosco. Non ti ho conosciuto.

«Sono passata come l’acqua, sono fuggita come la sabbia.
Se ho peccato, mai ne fui colpevole.

«Il mondo era intorno a me come un giardino.
Ho bevuto l’alba chiara e la sera cristallina.

«Il sole mi ha avvolta con le sue fiamme più brillanti,
E l’amore mi ha portata alla bellezza delle donne.

«Ecco, l’ampio cielo disteso come un baldacchino.
Una vergine è apparsa sulla mia porta di casa. Ho aspettato.

«Scese la notte… Poi il mattino ci ha sorprese
Arcignamente, con il suo imbronciato bagliore grigio.

«E tra le mie braccia che la stringevano dormiva
Come un’amante dorme tra le braccia del suo amico.

«Da allora ho vissuto nel tumulto del sogno,
Cercando l’eternità nel breve minuto.

«Non ho visto come sono rimasti freddi quegli occhi chiari,
E ho amato questa donna, in spregio alle tue leggi.

«Siccome non ho cercato che amore, ossessionata
Da uno sguardo, la brava gente mi ha lapidata.

«Io, io non ho ascoltato che la voce che amavo,
Avendo capito che nessuno avrebbe mai capito.

«Ma la notte si avvicina, e il mio nome peribile
Svanisce, come una parola scritta sulla sabbia.

«L’ardore del domani sa anche deludere:
Nessuno sussurrerà le mie strofe, verso sera.

«Vedi ora, Signore, giudicami. Perché noi siamo
Faccia a faccia, davanti al silenzio degli uomini.

«Per quanto dolce fosse l’amore per me, una volta era amaro,
E non ho meritato né paradiso né inferno.

«Non ho raccolto i canti degli angeli,
Perché ho sentito strani canti di un tempo,

«I canti di quella Lesbo i cui cori si sono taciuti.
Non ho celebrato le tue virtù come si conviene.

«Ma non ho tentato una rivolta feroce:
Il bacio fu l’unica bestemmia della mia bocca.

«Lasciatemi, affrettandomi alla serata benvenuta,
Raggiungere quelle che non ti hanno conosciuto!

«Psappha, le dita vaganti sulla lira addormentata,
Si meraviglierebbe della bellezza della mia amante,

«E la vergine del mio desiderio, come i gigli,
Le sembrerebbe più bella e più pallida di Attis.

«Noi, il coro, trattenendo il respiro insieme,
Ascolteremmo la voce che ha sentito Mitilene,

«E prepareremmo i fiori e le torce,
Noi che l’abbiamo amata in un’epoca meno bella.

«Quella sapeva versare, tra oro e sete
Di strati morbidi, il nettare pieno di gioie.

«Cantava per noi, nella sua chiara lingua,
Quel frutteto lesbico che si apre sul mare,

«Quel dolce frutteto pieno di cicale, da cui fugge,
Vibrante come una voce, il profumo della grappa.

«Le nostre vesti ondulavano tra i pepli bianchi
Di Attis e Timas, di Eranna e Telo,

«E tutte quelle cui il solo nome incanta
Si riunirebbero intorno all’Aedo che canta!

«Qui, sentendomi vicina all’ora della morte,
Oso parlarti così, Te che non ho conosciuto.

«Perdonami, che ero una semplice pagana!
Lasciami tornare all’antico splendore

«E, com’è giunto il momento eterno,
Per unirmi a quelle che non Ti hanno conosciuto”.

Sei poesie di Gerardo Rodríguez Salas

Introduzione e traduzioni dallo spagnolo a cura di Matteo Cardillo.

Per definizione, l’anacronia è uno sfasamento temporale, un errore lungo la linea del tempo. In ambito narrativo, provoca uno stridore tra fabula e intreccio. Nel processo temporale di dilatazione e cristallizzazione di eventi, persone e cose, la memoria diventa il cursore attraverso il quale potersi muovere tra passato e presente senza smarrirsi nelle anacronie dell’assenza. In Anacronia (Valaparaíso Ediciones, 2020), prima raccolta poetica dello scrittore e accademico granadino Gerardo Rodríguez Salas, presente e passato sono due dimensioni simultanee, le superfici speculari di un nastro di Moebius che pur non toccandosi si confrontano, si intersecano e si criticano a vicenda, con il fine ultimo di raggiungere una catarsi (forse) impossibile: il superamento del trauma per la perdita di una persona amata. La persistenza della morte riecheggia costantemente nel presente, ma è anacronistica se accostata alla vita che continua a fluire indisturbata. Il libro è strutturato come un viaggio a ritroso; nel primo componimento, Odisea, che inaugura i molteplici riferimenti omerici presenti nella raccolta (si veda Sirenas, prima poesia qui tradotta), si salpa – o si fugge – dal presente per raggiungere il passato e scendere a compromessi con un dolore irrisolto. Il filo conduttore capace di cucire insieme le varie immagini che come schegge emergono dai testi di Anacronia è biografico e famigliare: nonne che preparano fette di anguria per rinfrescarsi dalla calura estiva, traversate oltreoceano, salme sporche di olio di motore, grida soffocate, notti dove il silenzio della solitudine si fa ingombrante, fantasmi silenziosi, e soprattutto un legame spezzato da una morte improvvisa, quella del fratello Javi in un incidente di moto nel 2001. Sono stati necessari vent’anni a Rodríguez Salas per verbalizzare il dolore e trovare gli strumenti per una lunga, riconciliatoria elaborazione. Al viaggio nella cartografia interiore della memoria si accompagna il viaggio reale in Nuova Zelanda, culla della cultura e della mitologia Maori, nonché patria di Katherine Mansfield, una scrittrice di riferimento per Rodríguez Salas. Nella poesia Leslie, l’autore intrattiene un dialogo intertestuale con i carteggi e i diari della scrittrice neozelandese, che aveva perso il fratello Leslie Mansfield durante la prima guerra mondiale. L’esperienza e le parole di un’autrice amata diventano lo specchio in cui riflettere il trauma della propria perdita. Così, dopo vent’anni e in terra straniera, si dispiega il lavoro del lutto, che è il lavoro per eccellenza della scrittura.


Anacronìa, pubblicato in Spagna nel novembre 2020 presso l’editore Valparaíso e finalista nella sezione poesia del XXVII Premio Andalucía de la Crítica è il secondo libro di Gerardo Rodríguez Salas. Risale al 2017, infatti, l’esordio in prosa Hijas de un sueño (Esdrújula), una raccolta di racconti in cui l’autore restituisce visibilità alla cultura e alla memoria orale andaluse, ambientando le storie a Candiles, un paese fittizio che può ricordare nelle atmosfere e nelle figure femminili la Macondo spazzata via dal vento di cui scriveva García Marquez.


Da Anacronìa, 2020

Sirenas

No conseguí decir que estabas muerto.
Se trabó la palabra en mi garganta,
aquel olor a túmulo y a flores,
a cirios apagados, tu sonrisa
deshilada en el manto misterioso
que te envolvió en el sueño.
Te anunciaron sirenas
prendiendo la calzada,
que olía a sangre y gasolina.
¿Quién escapa a su canto?
¡Atadme al mástil
pues no respondo, marineros!
Nada hacia la ambulancia nuestra madre
sin salvavidas,
se derrite la cera en sus oídos.
Aquella tarde rueda en mi cabeza,
resbala por laderas escarpadas
la pesadilla, veo aún
la cicatriz del quitamiedos
y el casco rojo.
No conseguí decir que estabas muerto.

Sirene

Non sono riuscito a dire che eri morto.
La parola mi si è aggrappata in gola,
quell’odore di tumulo e fiori,
di ceri spenti, il tuo sorriso
sfilacciato nel misterioso mantello
che ti ha avvolto nel sonno.
Ti hanno annunciato le sirene
incendiando la strada,
che sapeva di sangue e benzina.
Chi sfugge al loro canto?
Legatemi all’albero
che non rispondo, marinai!
Nuota verso l’ambulanza nostra madre
senza salvagente,
le si scioglie la cera nelle orecchie.
Quel pomeriggio rotola nella mia testa,
scivola lungo pendii ripidi
l’incubo, vedo ancora
la cicatrice del guardrail
e il casco rosso.
Non sono riuscito a dire che eri morto.

Palabras de papel

Busco palabras,
nombrar este dolor
que se despeña
por un catálogo de voces mudas,
sentimientos de aceite que flotan en el agua
podrida que me anega.
Busco palabras,
nombrar la mariposa
que vuela lejos, lejos de estas páginas
reales y eruditas,
frías como el papel
que me hace cortes en los dedos.
Busco palabras que te invoquen,
palabras que
huelan a ti,
suenen a ti,
sepan a ti,
pero las letras se hacen humo
y el fuego quema tanto
que no sé si la bruja que crepita
tendrá tu rostro
o el mío.

Parole di carta

Cerco parole,
per dare un nome a questo dolore
che precipita
per un catalogo di voci mute,
sensazioni di olio che fluttua nell’acqua
marcia che mi sommerge.
Cerco parole,
che diano nome alla farfalla
che vola lontano, lontano da queste pagine
reali ed erudite,
fredde come la carta
che mi lascia tagli sulle dita.
Cerco parole che ti invochino,
parole che
odorino di te,
che suonino come te,
che sappiano di te,
ma le frasi vanno in fumo
e il fuoco brucia così tanto
che non so se la strega crepitante
avrà il tuo volto
oppure il mio.

Escalera de agua

No hay grito más atroz que el del silencio
ni arrullo más genuino que el del agua,
no hay diques que contengan el ayer,
ni saltos, ni fronteras arbitrarias,
no hay olvido en el musgo ni rigor en la roca,
no bajo los peldaños, ni lloro por tu ausencia,
pues soy gota del río cristalino
que, fundida en tus dedos, abraza la ciudad.

Scala d’acqua

Non c’è grido più atroce del silenzio
né una nenia più genuina dell’acqua,
nessuna diga per contenere ieri,
nessun salto, nessun confine arbitrario,
non c’è oblio nel muschio né rigore nella roccia,
non scendo i gradini, né piango la tua assenza,
ché io sono una goccia del fiume di cristallo
che, fusa tra le tue dita, avvolge la città.

Hongi

Aquella noche no llovía
sólo en la calle.
Compartimos la cama como extraños
– la misma lluvia,
la misma pena –
pues ni el sol de tu pecho
prendió el cuarto anegado
mientras tus palmas
achicaban el agua de la alcoba
lamiéndome la piel.
Aquella noche no llovía
sólo en la calle.
Dejaste en el olvido
la hombría de tu tribu para entrar
en mis pupilas, para abrir
las puertas de tu mundo.
Rozamos la nariz y respiramos
– la misma brisa
al mismo tiempo.
Aquella noche no llovía
sólo en la calle.
En mi pueblo llovía, y en el tuyo
– la misma lluvia –
y el arca que forjamos
en la penumbra
surcó las olas.

Hongi

Quella notte non ha piovuto
solo in strada.
Abbiamo condiviso il letto come estranei
– stessa pioggia,
stesso dolore –
perché nemmeno il sole sul tuo petto
ha illuminato la stanza allagata
mentre i tuoi palmi
stavano tirando fuori l’acqua dall’alcova
lambendomi la pelle.
Quella notte non ha piovuto
solo in strada.
Hai lasciato nell’oblio
la virilità della vostra tribù per entrare
nelle mie pupille, per aprire
le porte del tuo mondo.
Ci strofiniamo il naso e respiriamo
– stessa brezza
allo stesso tempo.
Quella notte non ha piovuto
solo in strada.
Nel mio paese pioveva, e nel tuo
– stessa pioggia –
e l’arca che abbiamo forgiato
nell’oscurità
ha cavalcato le onde.

Nunca

El olvido es el pájaro que vuela
bajo el suelo
sumido en las raíces infinitas
del árbol deshojado.
El olvido es la anciana con los ojos vacíos,
las arañas que tejen nuevos párpados
cerrados, nuevos duendes
que urden bruma
en las ramas del mito.
El olvido es el diente que desgarra la noche
que sangra moribunda,
que llora gotas negras
que no se ven pero que gritan
sin voz y que arden húmedas
dentro, muy dentro…
¿Quién es la antípoda de quién
si tú saltaste al mar desde aquel árbol
saliéndote del mapa sin dejar
siquiera anchura a este vacío?
El recuerdo es la sombra
torpemente zurcida a los talones
y el olvido la piedra
que no termina nunca de caer.

Mai

L’oblio è il passero che vola
sotto terra
affondato nelle radici infinite
dell’albero spogliato.
L’oblio è la vecchia con gli occhi vuoti,
i ragni che tessono nuove palpebre
chiuse, nuovi elfi
che intrecciano la nebbia
tra i rami del mito.
L’oblio è il dente che lacera la notte
che sanguina moribonda,
che piange lacrime nere
che non si vedono ma che urlano
senza voce e bruciano umide
dentro, nel profondo…
Chi è l’antipodo di chi
se ti sei lanciato in mare da quell’albero
uscendo dalla mappa senza lasciare
nessun margine a questo vuoto?
Il ricordo è l’ombra
maldestramente rammendata ai talloni
e l’oblio la pietra
che non smette mai di cadere.

Copertina di Anacronía di Gerardo Rodríguez Salas

Il fantasma in gola: quattro poesie di Doireann Ní Ghríofa

Introduzione e traduzioni dall’inglese a cura di Beatrice Masi e Marta Olivi.

Doireann Ní Ghríofa, poeta, saggista e romanziera nata a Galway nel 1981, scrive e traduce (e si autotraduce) in gaelico-irlandese e in inglese. I suoi testi sono un continuo dialogo tra due vocabolari e due identità, accordati come i fonemi di una lingua che suona insieme due partiture.

La sua prima raccolta esce nel 2011 e si intitola Résheoid, ossia pietra lunare (“moonstone” in inglese). Solo nel 2015 viene pubblicato Clasp, il suo esordio in lingua inglese, a cui segue nel 2021 la sua più recente raccolta To Star the Dark. Anche nelle poesie in inglese (“béarla”), il gaelico (gaeilge”) resta presente, agendo sul tessuto del pensiero e nella  composizione delle immagini. Il suo debutto in prosa, A Ghost in the Throat (2020), assottiglia all’estremo il limite tra le due lingue. Nel testo, Doireann ripercorre i passi e le parole di un’altra poeta, Eibhlín Dubh Ní Chonaill, nata nel 1743 e autrice di Caoineadh Airt Uí Laoghaire, un’elegia che narra l’uccisione del marito per mano degli inglesi e il dolore straziante per la sua perdita. Doireann raccoglie le parole di Ebhlín e le traduce in inglese, facendo delle due lingue e di se stessa un ponte per una storia dimenticata.

Le poesie, le prose e i saggi di Doireann Ní Ghríofa sono parole fatte di carne, di strati di pelle, di muscoli, di vene e di sangue. I suoi versi ripercorrono incessantemente la linea di congiunzione tra la vita e la morte del corpo, tra la nascita e la dissoluzione, per sostare in alcuni punti e percepirli appieno: gli attimi dopo il parto, il momento in cui uno sconosciuto incide punti di sutura sulla pelle, o le notti insonni, quando la scrittura è una presenza viva che scalfisce l’epidermide e le ossa. Non c’è traccia di paura nei suoi testi: la morte, “bás”, e la nascita, “breith”, sono incontri corporei, e vengono accolte come si accolgono le foglie che cadono in inverno o il giallo della ginestra che sboccia nel grigio della brughiera.

Nulla nell’opera di Doireann Ní Ghríofa è scindibile dalla carne, e come in “harvesting vellum” – la prima poesia qui proposta in traduzione – la pelle umana diventa pergamena, e i testi si inscrivono nelle cellule, quelle antiche e dimenticate, quelle nuove, e quelle che devono ancora nascere.


Da Clasp (2015)

harvesting vellum

peel away layers of skin
and find again

the hidden digits
once written on this wrist

blue ink on flesh, blue ink
over skin and vein,
blue ink of a number, a name

it’s still there, just as under layers
of lip

lies the fossil
of a first kiss.

raccogliere il vellum

stacca la pelle strato per strato
e ritrova

le cifre nascoste
scritte un tempo qui sul polso

inchiostro blu su carne, inchiostro blu
su pelle e vene,
l’inchiostro blu di un numero, un nome

è ancora lì, come sotto strati
di labbra

resta il fossile
di un primo bacio.

I carry your bones in my body

I carry you in my body
little skeleton
little skull
– nobody – nearlybody – my small someone.

I carry you in my body
little skeleton
little skull
somebody – nobody – a tangled knot, undone.

Porto le tue ossa nel mio corpo

Ti porto nel mio corpo
piccolo scheletro
piccolo cranio
– nessuno – quasiqualcuno – il mio piccolo qualcuno.

Ti porto nel mio corpo
piccolo scheletro
piccolo cranio
qualcuno – nessuno – un nodo intrecciato, disfatto.

Jigsaw

For months, all I knew of you
was a jumble of limbs, a muddle of joints
moving like shadows under my skin –
the prod of knee or elbow,
the roll of foot or hip.

When you slid from me          to me
I spent hours piecing your jigsaw
together in slow recognition –
how the arch of your foot
fit the hollow of my palm,
how your head nestled
into the curve of my neck.

We fit, you and I –
familiar stranger,
unknown made known.

Puzzle

Per mesi, tutto quello che sapevo di te
era un groviglio di arti, un garbuglio di giunture
che si muovevano come ombre sotto la mia pelle –
i colpetti delle ginocchia o dei gomiti,
la pressione del piede o del fianco.

Quando sei scivolata da me                 a me
ho passato ore a rimettere insieme i pezzi
del tuo puzzle riconoscendoli uno ad uno –
come la curva del tuo piede
combaciava con il palmo della mia mano,
come la tua testa si accoccolava
nell’incavo del mio collo.

Ci incastriamo, io e te –
estranea familiare,
sconosciuto che diventa conosciuto.

Da Star to the Dark (2021)

A Letter to the Stranger Who Will Dissect My Brain

For months, you worked
scissors and scalpel

through elbow and knuckle,
ligament and lung.

I felt you gasp, the morning
you folded my face back like a mask.

For you, my head was unsealed
by chisel and skull key, so that today,

you may raise the calvarium
and see my brain there,

cold, grey, under dura mater
and spider-web membrane.

For this moment, dear stranger,
I leave you a gift, a double word –

foscladh – its sylllables can both open
and throw sheet lightning.

Know that when you unlock my brain
with your blade, synaptic flashes

will flare over your own grey landscape.
Your brain will blaze bright,

alive and wild, and I,
I will be the light.

Lettera allo sconosciuto che mi dissezionerà il cervello

Per mesi, ti sei fatto largo
forbici e bisturi

per gomiti e nocche,
legamenti e polmoni.

Ti ho sentito sobbalzare, la mattina
che mi hai sfilato la faccia, come una maschera.

Per te, scalpello e chiave maestra,
la mia testa non aveva più sigilli, e oggi

puoi sollevare la calotta cranica
e vedere il mio cervello là,

freddo, grigio, sotto la dura madre
e le membrane sottili.

Per questo momento, mio caro sconosciuto,
ti lascio un regalo, una parola doppia –

foscladh – le sue sillabe sanno sia aprire
che lanciare fulmini dentro le nuvole.

Sappi che quando schiuderai il mio cervello
con la tua lama, lampi sinaptici

brilleranno sul tuo paesaggio grigio.
Il tuo cervello avvamperà,

vivo e selvaggio, e io,
io sarò la luce.

I chiodi sono caduti: tre poesie di Yiannis Stigas

Introduzione e traduzioni dal greco moderno a cura di Vassilina Avramidi.

I chiodi sono caduti, e cioè: nulla più garantisce le vecchie certezze dei greci (quel «Dio» e quel «sole» che troviamo all’inizio di «Matematica semplice»). L’unico rimedio è un’incessante escavazione linguistica, la ricerca ossessiva di una parola poetica che sappia ancora dire l’esistenza. Poesia come scavo, dunque, quella di Yiannis Stigas. Nato ad Atene nel 1977, di professione medico neurologo, è tra le voci più affermate e interessanti nel panorama della poesia greca contemporanea. Già dal primo libro, I aliteia tou aimatos (La gentaglia del sangue, 2004), la sua scrittura si presenta come politica, engagée. Vi si denunciano i mali e la superficialità di tutta una generazione, tanto da far guadagnare a chi scrive l’epiteto di «pericoloso»1. Una scrittura pericolosa e tagliente, come la «lama» in «Esercizi di respirazione», che predilige versi piuttosto brevi e condensati, senza rima o struttura metrica precisa, scanditi però dal ritmo del respiro e dal confronto con la tradizione. Le parole di chi scrive intrattengono infatti un fitto dialogo intertestuale con quelle dei suoi modelli: Majakovskij, Hernández, Celan, Sahtouris, Aggelaki-Rouk sono gli interlocutori privilegiati dell’Isopalo Trauma (Trauma Pareggiato, 2009). Nel più recente Vlepo ton kyvo tou Roubik fagomeno (Vedo che hanno morso il cubo di Rubik, 2014), vengono invece evocate figure mitiche, antiche e moderne: il Ciclope, il Minotauro, la Sirena e Medusa. Ciò che rimane costante all’interno della produzione poetica di Stigas, nel solco di un poeta-scavatore a lui molto caro come Paul Celan (che diventa anche personaggio in «Mio fratello Paolo, lo scavatore del Senna»), è una certa tendenza a misurarsi (e spesso a scontrarsi) con i limiti del linguaggio, ed una certa testardaggine: quella di provare e riprovare.

Negli ultimi anni, la poesia di Stigas ha ricevuto una crescente attenzione internazionale ed è stata tradotta in varie lingue (bulgaro, francese, inglese, tedesco). Alcuni suoi testi sono stati inseriti in antologie di poesia greca contemporanea, tra cui Metra Litotitas – Austerity Measures, curata da Karen van Dyck e pubblicata da Penguin nel 2016. Le tre poesie qui presentate, tratte da tre sillogi differenti, compaiono insieme proprio in Austerity Measures.

«Matematica semplice», I aliteia tou aimatos (La gentaglia del sangue), ed. Gavriilidis, 2004.
«Esercizi di respirazione», I Orasi th’archisei ksana (La vista inizierà ancora), ed. Kedros 2006.
«Mio fratello Paolo, lo scavatore della Senna», Isopalo Trauma (Trauma Pareggiato), ed. Kedros, 2009.


Απλά μαθηματικά

Φτάνοντας στο τέταρτο χιλιόμετρο της σιωπής,
μου έπεσαν τα καρφιά για Θεό και για ήλιο.
Έκτοτε, περιφέρομαι με το μεγάλο μηδέν υπό μάλης.
Αρχικά, ήταν ένας κοινός υπνόσακος
– ξέρετε, μπαίνεις, δηλαδή ονειρεύεσαι.
Τώρα, είναι ένα πελώριο οικοτροφείο
για τους ψυχικά άφλεκτους.

Αφού έγιναν όλα αυτά με το μηδέν
φανταστείτε τι θα μπορούσε να συμβεί με το Ένα.

Matematica semplice

Arrivato al quarto chilometro del silenzio,
mi caddero i chiodi per Dio e per il sole.
Da allora, vago con un grande zero sotto l’ascella.
All’inizio, era un comune sacco a pelo
– sapete, entri, cioè sogni.
Adesso, è un enorme collegio
per i mentalmente ininfiammabili.

Se tutto ciò è successo con lo zero
immaginate cosa potrebbe succedere con l’Uno.

Ασκήσεις αναπνοής

Γύρισα ανάποδα την ψυχή μου
κι είδα πώς μεγαλώνουν οι πέτρες

(με λίγο φως)
σκληραίνει η τύχη και γίνεται

ν’ ανεβαίνουν ψηλά τα πουλιά
κι έπειτα
τα ξεκουρδίζει ο ήλιος

Προσπάθησε ν’ αναπνέεις κανονικά
μέσα γαλάζιο – έξω γαλάζιο
σε μια πνοή ξανασυμβαίνουν όλα
Οι πέτρες έλεγα
– τα πάντα δίνονται σαν ξυράφι
κι άμα τα θέλεις πιο βαθιά
μέσα γαλάζιο – έξω γαλάζιο
άμα τα θέλεις πιο βαθιά

καλό κουράγιο

Αυτός ο κόσμος
είναι η πιο σπλαχνική μορφή του ποτέ
Ποτέ ο ιδρώτας
τόσο πολύ με το αίμα

Esercizi di respirazione

Ho rovesciato la mia anima
e ho visto come crescono le pietre

(con poca luce)
si indurisce la fortuna e accade

che salgano più in alto gli uccelli
e poi
il sole ne allenta le corde

Prova a respirare normalmente
azzurro dentro – azzurro fuori
in un respiro risuccede tutto
Le pietre, dicevo
– tutto si dà come una lama
e se lo vuoi più dentro
azzurro dentro – azzurro fuori
se lo vuoi più dentro

buona fortuna

Questo mondo
è la forma più pietosa del mai
Mai il sudore
così tanto col sangue

Ο αδερφός μου ο Παύλος ο σκαφτιάς του Σηκουάνα

«O du gräbst und ich grab
und ich grab mich dir zu»
Paul Celan

Έτσι όπως έσκαβε
μια μέρα έφτασε
στο χιονισμένο στόμα της μητέρας του
στις μακριές πλεξούδες των προγόνων του
μια μέρα πέρασε
τις ρίζες του νερού

τα πέτρινα

τα πύρινα

τα πάνδεινα που πέρασε

έκτοτε του ’μεινε
ένα καμένο σύννεφο στο βλέμμα
μια δυσκολία με τον άνεμο

Jiskor
Kaddisch

ένα τρελό λαχάνιασμα

«το βάθος» έλεγε
«το βάθος σε σημείο εξάντλησης
και γλώσσα είναι
και πατρίδα μου»

Και τότε βγήκε σ’ ένα μέρος
γεμάτο δέντρα και ποτάμια και πουλιά

και έμεινε εκστατικός

μέχρι που ακούστηκε στρατιωτικό παράγγελμα:
«να στοιχηθούν ολοταχώς
κάλεσμα για συσσίτιο»

και φύγανε τα δέντρα
    τα ποτάμια
τα πουλιά

Μονάχα ο Σηκουάνας έμεινε
να τον κοιτά στα μάτια.

Mio fratello Paolo, lo scavatore della Senna

«O du gräbst und ich grab
und ich grab mich dir zu»
Paul Celan

Mentre scavava
un giorno giunse
alla bocca innevata di sua madre
alle trecce lunghe dei suoi antenati
un giorno attraversò
le radici dell’acqua

taglienti

ardenti

dolorosi avvenimenti attraversò

da allora gli rimase
una nuvola bruciata nello sguardo
una difficoltà col vento

Jiskor
Kaddisch

un fiatone folle

«la profondità» diceva
«la profondità fino allo sfinimento
è la mia lingua
è la mia patria».

E poi uscì in un luogo
pieno d’alberi e fiumi e uccelli

e rimase estasiato

finché non si udì l’ordine militare:
«allineatevi rapidamente,
chiamata per la mensa»

e se ne andarono gli alberi
    i fiumi
gli uccelli

Solo la Senna rimase
a guardarlo negli occhi.