Io abbreviazione di Dio. Una lettura de “Le schegge” di Bret Easton Ellis

Nota di lettura a cura di Simone Salomoni.

Copertina de Le schegge di Bret Easton Ellis

Su Le schegge, ultimo romanzo di Bret Easton Ellis, è già stato scritto molto e il contrario di molto: il capolavoro dello scrittore californiano, l’ennesima riscrittura del solo romanzo che lo scrittore californiano ha scritto nella sua carriera, Ellis al massimo del suo splendore, Ellis al massimo della sua sciatteria stilistica.

Quello che mi interessa fare qui (per altro non so dire se Le schegge sia un capolavoro, se sia il capolavoro di Bret Easton Ellis, mentre sono anche io convinto che Ellis abbia scritto un solo romanzo – come quasi tutti gli scrittori: la differenza è che Ellis lo fa in maniera più spudorata e quindi onesta – e cercato a ogni riscrittura la forma finale di sé: ho l’impressione che ora sia riuscito a raggiungerla e gli auguro di potere spurgare il suo male), non so se è stato fatto altrove, non mi pare, è riflettere su come Bret Easton Ellis si ponga, si muova – come scrittore ma anche come vivente: per BEE le due cose sono più che per altri inscindibili – si mimetizzi e si esponga all’interno di un romanzo come Le schegge, romanzo che potremmo con una certa sicurezza inserire nel novero delle cosiddette autofinzioni.

Partiamo da un fatto evidente: Ellis ci ricorda costantemente di essere uno scrittore, lo fa ogni dieci pagine per oltre settecento pagine e in maniera neanche troppo velata, lo fa a partire dallo splendido, davvero splendido, incipit e pertanto, se questa è la sua autobiografia di uno scrittore dobbiamo allora leggerla ricordandoci che per lo scrittore, come scriveva Rimbaud, io è – SEMPRE – un altro.

Chi è allora io per Bret Easton Ellis ne Le schegge? Io, innanzitutto, è abbreviazione di Dio, e Ellis gioca e quasi porta all’estremo l’idea facendosi Dio e demiurgo del proprio mondo narrativo, e mi pare lo faccia servendosi principalmente di tre personaggi, tre protagonisti, se vogliamo: il suo doppio narrativo, Bret, autore e narratore e protagonista de Le schegge, Robert Mallory, lo studente nuovo arrivato affetto da problemi mentali, nemesi dello stesso Bret, e The Trawler, tradotto da Giuseppe Culicchia con Il pescatore a strascico, sadico e misterioso serial killer che impera su Los Angeles.

Bret, Mallory e The Trawler sembrano a un primo sguardo, e senza possibilità di smentita, tre personaggi diversi, separati, monadi indipendenti l’una dall’altra che si muovono all’interno dello stesso spazio narrativo. Fin dalle prime pagine, però, Ellis insinua il dubbio che Mallory possa essere The Trawler o quantomeno che la sua apparizione a Los Angeles sia collegata all’apparizione e agli omicidi del Pescatore a strascico: “E poi naturalmente, si presentò il Pescatore a Strascico. Per circa un anno c’erano state diverse effrazioni e aggressioni, e sparizioni, e poi nel 1981 venne rinvenuto il secondo cadavere di un’adolescente scomparsa – il primo era stato scoperto nel 1980 – e infine fu collegato alle effrazioni nelle case. Tutto questo avrebbe potuto verificarsi senza la presenza di Robert Mallory, ma il fatto che il suo arrivo fosse coinciso con lo strano offuscamento che aveva iniziato a insinuarsi nelle nostre vite fu una cosa che non mi fu possibile ignorare, sebbene gli altri lo facessero, a loro rischio e pericolo” (pag. 19).

Ellis insinua e quando l’autore insinua il lettore, o quantomeno il lettore che sono io, si sente autorizzato a insinuarsi a sua volta, a insinuarsi e insinuare propositi e desideri autoriali più o meno manifesti, nascosti non come fatti ma come fantasmi nelle pieghe della narrazione e così il lettore che sono io si è trovato a chiedersi: ma non è che come BEE (il narratore) insinua una correlazione se non una sovrapposizione fra Robert Mallory e The Trawler, BEE (l’autore) voglia insinuare anche una correlazione se non una sovrapposizione fra BEE (il personaggio) e Robert Mallory?

ATTENZIONE: NON PROSEGUIRE LA LETTURA SE SI TEMONO SPOILER.

Questa ipotesi diventa qualcosa in più di un’ipotesi mano a mano che si avvicina la fine del romanzo – Bret e Mallory hanno un confronto, un tentativo di chiarimento delle incomprensioni avute “Non sapevo più che cosa dire, perché non c’era nient’altro da dire – niente faceva presa su di lui, era come parlare a uno specchio” (pag. 682) nel quale Mallory finge di sedurre Bret salvo poi umiliarlo “Lo guardai in faccia e il sorriso sexy era sparito, e lui si tirò via e sedette sul bordo del letto e poi mi guardò dall’alto in basso e con una lieve traccia di disgusto si ripulì la bocca col dorso della mano e mormorò: – Frocio del cazzo –. E poi: Lo sapevo” (pag. 684) – e prende maggiore forza durante la notte in cui prima Thom e Susan (il migliore amico di Bret e la sua fidanzata) vengono aggrediti con la ferocia che caratterizza The Trawler e dopo avviene la colluttazione fra Bret e Robert Mallory – “Abbassai lo sguardo e vidi che stringeva in pugno un coltello da macellaio. E poi lui vide il coltello che impugnavo io” (pag. 694) “Incespicai alla cieca in avanti alzando il coltello, ma Robert era corso fuori dalla stanza e io collassai contro il lavabo del bagno ma non riuscivo a vedermi nello specchio perché c’era troppo vapore” (pag. 697) – colluttazione nella quale è Mallory a soccombere.

Anche se le indagini ufficiali dicono il contrario, Bret insiste sulla possibilità che Mallory – prima di aggredirlo – abbia aggredito i suoi amici con inumana ferocia (a Susan è stato amputato un seno, mutilazione che caratterizza The Trawler, come vedremo), salvo poi aprire al lettore (o almeno: al lettore che sono io) un diverso e inquietante scenario – “Io indossavo una camicia Polo azzurra, con le maniche lunghe, abbottonata fino al collo, ma una delle maniche era ricaduta indietro quando avevo alzato un braccio per premerle un dito sulle labbra, e mi resi conto che era lì che stava guardando. Il sorriso da sballata era sparito e i suoi occhi incrociarono i miei e poi tornarono sul mio braccio. L’atmosfera ovattata, spossata, della stanza cambiò, e si attivò qualcosa – tutto stava ronzando. Susan prese a tremare intanto che tornava a guardarmi. Prima che potessi fermarla lei si sporse e tirò più su la manica. Dapprima non disse niente, ma mi resi conto che stava guardando una profonda ferita sull’avambraccio circondata da un livido viola e giallo.
Le sembrava di aver visto il segno di un morso. Lo disse alzando la voce.
Le sembrava che quel segno di un morso fosse esattamente dove aveva morso l’intruso sabato sera” (pag. 716) – lo scenario nel quale The Trawler possa in realtà essere lo stesso Bret.

La casa abbandonata su Benedict Canyon – casa appartenente alla famiglia di Mallory nella quale Bret entra abusivamente in cerca di un collegamento fra Robert Mallory e The Trawler – a me sembra funzionare come un corpo, il corpo che contiene la psiche di Ellis: il proprietario è Mallory, al suo interno vediamo muoversi esclusivamente Bret, ma sul finale si scopre che è il luogo nel quale, in effetti, è stata rinvenuta la quarta vittima di The Trawler: “Il suo corpo era stato «decorato»: la bocca riempita di pesci, la testa e il collo di un gatto cuciti sulla fronte, il resto del corpo dell’animale che fuoriusciva dalla vagina, mentre le gambe erano state ripiegate e divaricate come se Audrey stesse partorendo. La testa era adorna di corpi così che una sorta di parrucca le coprisse il cranio. I seni mancavano – erano stati rimossi, e nelle cavità erano state posizionate le teste di due gatti. L’ano era stato forzato col muso di un cane decapitato a cui era stato cucito il collo strappato a un altro cane. Come ho detto, solo mesi dopo venimmo a conoscenza di tali dettagli, e solo di alcuni: ci volle un anno perché l’orrore di ciò che il Pescatore aveva «realizzato» venisse reso noto nella sua interezza. Anche se il corpo della quarta vittima del Pescatore era stato ritrovato nella casa sulla Benedict Canyon, Robert Mallory non era mai apparso come il sospettato numero uno nei giorni successivi – appresi in seguito che si trattava di una teoria «allettante» ma che certi dati semplicemente non combaciavano.” (pag. 709-710). Una lunga sequenza per stomaci forti, la descrizione di un corpo smembrato che sembra quasi essere la sublimazione orrorifica del lavoro di selezione, correzione e montaggio di uno scrittore.

So che non è per forza così, mi rendo conto che attraverso gli strumenti della critica ufficiale l’analisi potrebbe dare risultati diversi, però io non sono un critico, e questa idea casa-corpo rafforza in me l’ipotesi che mi ha suggestionato, che mi ha portato a pensare: ma è possibile che per Bret Easton Ellis Bret, Mallory e The Trawler siano in effetti saldati, indissolubili, inscindibili? A me pare di sì. Mi pare che essi possano essere interpretati come la rappresentazione freudiana della psiche umana di Ellis nella quale Bret ha la funzione di IO (il giovane ragazzo ricco consapevole della propria omosessualità, pronto a sperimentarla ma non ancora ad accettarla), Robert Mallory quella di SUPER IO (Mallory è reduce da un ricovero psichiatrico, d’accordo, rappresenta comunque tutto ciò che Bret non è ma forse vorrebbe essere: bello e eterosessuale al punto da riuscire a sedurre Susan, la ragazza che Bret avrebbe voluto per sé, fosse stato eterosessuale) e The Trawler quella di ES (ciò che Bret sarebbe potuto diventare se avesse dato diverso sfogo assoluto alla sua parte oscura, se non fosse arrivata la scrittura a sublimare gli istinti più indicibili e violenti).

Se poi volessi andare oltre o di lato, e mi prendessi la libertà di immaginare un BEE ebbro di Cristianesimo, di immaginare un autore più europeo e meno americano, cosa che assolutamente Ellis non è – o almeno non mi pare proprio che sia – potrei arrivare ad affermare che Le Schegge potrebbe essere un tentativo di messa in scena di Dio più che di Io, la messa in scena di uno scrittore, demiurgo e trino, nella quale Bret è Padre, Mallory è figlio e The Trawler è Spirito Santo. Le Schegge è un romanzo che si presta a molte letture e molti lettori. Può essere letto come un thriller, la tensione è altissima e non cala mai; ci si può fermare a un secondo livello di lettura e leggervi la storia che segna la fine traumatica di una giovinezza e la nascita di uno scrittore; ci si può trovare molto altro: quello che ci ho trovato io – senza alcuna pretesa di univocità – è la sofferta ricomposizione di una trinità umana disgregata e sottomessa al trionfo dell’ego autoriale.

Un commento su “Io abbreviazione di Dio. Una lettura de “Le schegge” di Bret Easton Ellis”

  1. Condivido pienamente questa interpretazione, era la recensione-critica che stavo cercando, per potermici ritrovare. Ottima interpretazione, concordo su ogni punto dell’analisi.

    Ellis, con questo capolavoro – l’ultima versione dell’unico vissuto’ che abbia realmente scritto nelle sue opere – ci lascia con una sensazione di inquietudine sottile ma onnipresente. Tento di trovare un’interpretazione ma alla fine l’unica cosa che so è che una di quelle Schegge è finita anche dentro di me, catapultandomi in quel distante 1981. Scelgo di riportare qui sotto la mia personale recensione:

    ¬Leggere Le Schegge è stata un’esperienza sensoriale, un viaggio ipnotico attraverso la memoria, il trauma e l’illusione della realtà. Ellis non si limita a raccontare una storia, ma costruisce un labirinto in cui il lettore si perde, trascinato in un vortice di sensazioni, sospetti e domande che restano senza risposta. Il protagonista – lo stesso Bret romanzato – si ritrova a osservare il mondo che conosce sgretolarsi attorno a lui, come un vetro andato in frantumi, le cui schegge raggiungono anche noi.

    A mio parere, la grandezza di questo romanzo sta nella sua capacità di immergere il lettore in una narrazione allucinata, in cui ogni elemento si rifrange come in un caleidoscopio, creando un intreccio perfetto tra realtà e finzione. Ci si ritrova intrappolati nella mente di un narratore inaffidabile, incapaci di distinguere ciò che è reale da ciò che è ricordo, suggestione, delirio o rielaborazione. Ogni dettaglio sembra alludere a qualcosa di più grande, ogni evento è un frammento che potrebbe essere parte del puzzle – o solo un’illusione. Non sappiamo cosa sia vero, e in quale misura lo siano gli eventi narrati da Bret e dagli altri personaggi. Si fluttua tra innumerevoli supposizioni, prove, incongruenze, nebbie provocate da allucinogeni e massicce dosi di quaalude e valium, ci si ritrova annebbiati, persi tra le sovrapposizioni di quella “cronologia” tanto tirata in ballo dal Bret personaggio. Eppure, come fidarsi di tutti? Come fidarsi anche dello stesso Bret che, per tutto il libro, ci rivela di star recitando la sua versione accettabile, quella che si aspettavano Debbie, Susan, Ryan, Matt, Thom, e alla fine anche Robert. Lo stesso Bret che, in un crescendo verso la fine dei capitoli, sembra essere una delle tre schegge di uno stesso intero: lui, Robert Mallory, il Pescatore a Strascico. Chi è chi? O tutti sono la stessa persona? Forse nessuno è nessuno. E questo ragionamento non fa che riportarmi al pensiero che pervade tutto il suo romanzo d’esordio ‘Meno di Zero’.
    Una moltitudine di ipotesi sembra farti capire cosa sia realmente successo in quel lontano 1981, ma tu in fondo non chiarirai mai quel dubbio.

    Ellis costruisce un romanzo che è al tempo stesso una finta storia di formazione scritta per lungo tempo e un thriller psicologico, un memoir e un horror, un’indagine sulla memoria e sulla percezione della realtà.
    Uno degli aspetti più disturbanti e cruciali del romanzo, poi, è la freddezza con cui i personaggi affrontano la vita e la morte. Anche quando il pericolo diventa tangibile, c’è una sorta di distacco, una riluttanza ad agire davvero. È come se l’intera società fosse anestetizzata, incapace di reagire anche di fronte all’orrore. Questa apatia è uno dei tratti che ho ritrovato spesso nella critica di Ellis alla cultura americana: una società in cui tutto è spettacolo, tutto è superficie, e persino la violenza diventa un’ombra sullo sfondo, qualcosa da ignorare o spettacolarizzare. Qualcosa di mai realmente accaduto, forse. Così come in ‘American Psycho’.

    Le Schegge è un libro che non si limita a essere letto, ma si insinua sottopelle, lasciando una scia di inquietudine e fascinazione che è difficile scrollarsi di dosso. I personaggi non sono solo nomi su una pagina: sono presenze reali, amici di cui abbiamo condiviso i segreti e le paure, testimoni di un tempo che, in qualche modo, sembra averci assorbito.

    Mi sono immersa in questo romanzo con la sensazione di entrare in un film girato su pellicola sgranata, in cui le luci al neon si mescolano a ombre sfuggenti e la musica anni ’80 suona come un’eco lontana, fedele sottofondo in tutto il libro. Alla fine, ci si ritrova cambiati, ipnotizzati, come se fossimo stati lì, tra le strade di Los Angeles, spettatori invisibili di un dramma sospeso tra passato e presente. Mi viene da pensare che, magari, eravamo noi gli osservatori costanti nascosti tra le colline, spettatori lontani nel tempo e nello spazio.

    Le schegge di questo libro, i frammenti di quel 1981, sono finiti anche dentro di me, creando un caleidoscopio di ipotesi e sensazioni, come se fossi stata catapultata in quell’anno. Non penso che questa sensazione mi abbandonerà tanto facilmente, e forse neanche voglio. Per quanto possa sembrare assurdo sono ipnotizzata, come se non fossi sata solo una spettatrice esterna di quanto successo, ma una presenza costante, viva e lì presente, nella Los Angeles di quel 1981. Come se il pescatore a strascico avesse trascinato anche me lettrice nella sua rete.

    «E me ne rimasi lì nella luce del pomeriggio che sbiadiva, rendendomi conto, a diciassette anni, che stavo già guardando nel mio passato – e che il passato aveva un significato capace di definirti per sempre.»

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